Storia di un depistaggio



Vincenzo Agostino è stato il primo testimone a parlare di “Faccia di mostro”. Un uomo col viso deturpato venne a cercare suo figlio qualche giorno prima dell’omicidio, ma quella pista non fu mai seguita. La notte stessa del duplice delitto invece, alcuni poliziotti della Squadra mobile di Palermo perquisirono da cima a fondo la casa di Nino Agostino, frugando minuziosamente tra le sue carte e portando via una serie di documenti tra cui un memoriale scritto di suo pugno. A indagare sul duplice omicidio il capo della Squadra mobile di allora, Arnaldo La Barbera, chiamò da Pescara il funzionario Guido Paolilli, amico di famiglia degli Agostino. E Paolilli imboccò subito la via del delitto passionale, il più classico dei depistaggi. Ma perché fu ucciso Nino Agostino? Cosa aveva scoperto? Secondo il pentito Vito Lo Forte, che ha deposto nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli lo scorso 26 novembre, l’omicidio fu commesso da Nino Madonia e Gaetano Scotto, il boss dell’Arenella con ottime relazioni nei Servizi segreti. Lo Forte sostiene che il delitto fu “un favore fatto a importanti funzionari di Polizia”.