Un trenta per cento di speranza



UN TRENTA PER CENTO DI SPERANZA

L’editoriale di Michele Santoro:

Quasi quasi mi viene da ridere (ma non ci riesco). Berlusconi è tornato! E siccome questa volta non c’è nessuna mia trasmissione in palinsesto la colpa del suo ritorno non può essere mia e nemmeno si può attribuire a qualcun altro. Naturalmente si potrà sempre dire che è colpa di Renzi, dal momento che l’altra faccia del “risolvo tutto io” è che “tutte le colpe sono sue”. Ma sarebbe un’ennesima falsa notizia.

Dai tempi in cui il Cavaliere fu osannato per aver mostrato disprezzo nei confronti di un suo avversario, spazzolando con un fazzoletto la seggiola su cui era seduto Travaglio, la destra un altro leader non l’ha ancora trovato; e dunque per il momento si tiene stretto l’unico che c’è. Dalla Sicilia arriva la conferma che Salvini e la Meloni non sono e non saranno leader perché anche una mummia è meglio di loro ed è molto più intelligente di loro.

Il fatto è che un partito dovrebbe trovare da sé la forza per rigenerarsi e di solito in una sana democrazia la trova o è costretto a trovarla dal buon funzionamento delle istituzioni, dalle leggi elettorali, dall’importanza che i cittadini elettori attribuiscono alla questione morale, e dall’esistenza di un’opposizione che si proponga come forza di governo alternativa. Tutte cose che dalle nostre parti non sono scontate e non lo saranno senza una seria riforma costituzionale. Invece la nostra Costituzione è stata difesa così com’è non solo dal professor Zagrebelsky, che la conosce a fondo e la ama, ma da Salvini e dai Cinque Stelle che la conoscono poco e la amano ancora meno. Ma tutti insieme hanno bocciato la riforma della Boschi (che senza essere la grande bellezza era meglio del casino attuale) solo per andare a quel servizio a Renzi che ha fatto di tutto per mettersi nella posizione più favorevole allo scopo.

Così lo spavaldo Matteo è andato al tappeto ma Grillo morirà senza poter ingaggiare il suo tanto sbandierato duello finale per conquistare il governo del Paese, e noi non sapremo mai se sarebbe andato fino in fondo o si sarebbe sottratto all’ultimo minuto. E così rischiamo Sicilia-Italia. Non la vittoria della destra, che sarebbe normale, ma la vittoria di una coalizione divisa su tutto, tenuta insieme soltanto dalla voglia di riconquistare il potere.

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Vedo Renzi da Floris mentre continua a gonfiare i muscoli per dimostrare anche a se stesso di essere il più forte. Di fatto va un po’ di qua e un po’ di là, come recita la famosa canzone, ma mai dove si farebbe la sua nobilitate. Per esempio in quella Sicilia da cui si è tenuto lontano per le elezioni, ma lasciando colpevolmente il partito nelle mani di un Faraone qualsiasi. “Ma quale Faraone d’Egitto!”, avrebbe detto Totò. Un deficiente di stile che ha attaccato il presidente del Senato Grasso per le sue scelte legittime con l’improntitudine tipica di uno che non conta niente.

Il problema è che Faraone non rappresenta nessuno, come la stragrande maggioranza di quelli che circondano il segretario del PD, e questo lo sappiamo, ma chi rappresenta oggi Matteo Renzi? Il governo? Un’altra opposizione? Il PD? E soprattutto che analisi fa della realtà italiana? Che idea di classe dirigente ha?  La stessa domanda potrebbe essere rivolta ai suoi avversari e senza ottenere risposte valide: Bersani, che si era prima arreso al governo Monti per l’incapacità di proporre un’alternativa e poi in campagna elettorale aveva buttato alle ortiche il coraggio di battersi per la vittoria, circondandosi di mezze seghe incapaci di convocare anche un’assemblea di condominio,  non ha da dire niente di interessante oltre che lamentarsi di Renzi. E due cose sono apparse chiaramente in Sicilia: Renzi, Bersani e D’Alema se non si uniscono non possono che perdere; ma sommandoli così come sono il risultato non cambierebbe. Né per cambiarlo sarebbe bastato un braccio di ferro televisivo tra Renzi e Di Maio che era apparso immediatamente come un’arma di distrazione di massa. Inoltre è emerso chiaramente che Renzi non ha nessuna considerazione e nessun vero progetto per la Rai Servizio Pubblico, visto che continua ad usarla disinvoltamente e a deprezzarla con i suoi comportamenti.

Tranne Berlusconi, tutti hanno bisogno di attaccare Renzi per esistere e, nonostante appaia un po’ bollito, io stesso non penso che il panorama migliorerebbe se lui uscisse di scena. Quindi ci vorrebbe un miracolo: Matteo Renzi che comincia ad ascoltare, a cercare, a imparare. Non si diventa leader giocando a “X Factor”, dimostrando che gli altri non lo sono, che Di Maio non lo è, urlando saremo primi. Non si elegge un sindaco degno di Roma limitandosi a fotografare il fallimento della Raggi. Non si costruisce il PD denigrando i Cinque Stelle, il cui successo è speculare ai limiti dei partiti democratici, di destra e di sinistra. Si diventa leader indicando una strada e percorrendola con coerenza. Questa legge elettorale fa schifo ma non presuppone la scelta preventiva di un Presidente del Consiglio. Quindi i partiti possono fare senza troppo impegno l’unica alleanza possibile, un’alleanza debole, alla Berlusconi, proponendo i candidati da loro scelti al proporzionale. E che Dio ce la mandi buona! Ma Pd e Mdp, Pisapia, Sel, Radicali e Verdi potrebbero anche lasciare a noi cittadini un trenta per cento di unità e di speranza, il compito di selezionare un candidato unico per il maggioritario facendo delle vere primarie di nuova generazione, ripartendo dal basso, collegio per collegio. E comunque vada, sono sicuro, sarebbe un successo.