Disboscare



Disboscare

di Michele Santoro

Fare trasmissioni che non abbiano l’aspetto di una tavola apparecchiata apposta per i politici è diventata una impresa impossibile. I compromessi da ingoiare per avere ospiti i leader che fanno più ascolto sono infiniti. Bisogna fornire in anticipo l’elenco delle domande, concordare l’orario di registrazione, la posizione in scaletta e fornire rassicurazioni sull’andamento della serata che non deve contenere sorprese e imprevisti.

Naturalmente, una trattativa c’è sempre stata per decidere il parterre, la composizione del pubblico e quant’altro; ed è comprensibile che si chiedano e si ottengano garanzie riguardo alla correttezza della conduzione. Ma l’energia con la quale ci opponevamo alla richiesta di Berlusconi di scegliersi le inquadrature è solo un ricordo del passato.

Inoltre, quelli come me non hanno mai condizionato la loro libertà di opinione alla necessità di non irritare questo o quel partito. E come fai a sentirti libero se ogni battuta comporta una pena, un “no” all’invito a partecipare, se chi sgarra finisce immediatamente nell’elenco dei cattivi? Vuoi invitare Brunetta? Allora devi cancellare Vauro dal programma. Chiedi che vengano i Cinque Stelle? Devi rassegnarti all’eventualità che ti diano buca anche all’ultimo minuto.

La televisione ha perso e hanno vinto loro: Grillo che ha decretato la fine dei talk e poi è approdato a Porta a Porta; Ferrara con la sua offensiva contro “il conduttore unico delle coscienze”; Berlusconi che voleva chiudere Annozero; Renzi che è riuscito a convincere la Rai di fare a meno di Floris, Giannini e Giletti.

In questo modo politici che rappresentano sempre meno la società sono diventati fortissimi e i conduttori televisivi più deboli, costretti a subire l’agenda politica e a fare di necessità virtù, adattando i format alle esigenze dei partiti. Ciò è potuto avvenire perché la rete ha applaudito alla caduta degli dei, illudendosi di fare a meno di qualunque mediazione, comprese quelle dei critici di professione che ne hanno assecondato il lato peggiore e si sono ridotti a trasformare le loro rubriche in una spenta imitazione di Dagospia o del Radiocorriere di una volta. Primo di tutti il Corriere della Sera, che oggi si potrebbe semplicemente chiamare, riguardo alla televisione, Corriere della Sette.

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In questo contesto, la trasmissione Di Martedì con Renzi a confronto con giornalisti scomodi, quella che avrebbe dovuto ospitare il duello con Di Maio, con i suoi lampi di verità, è sembrata una preziosa rarità. Il sabato successivo, mentre passeggiavo con il mio cane a Villa Borghese, ho sentito uno sconosciuto (caratteristica comune a tanti degli attuali esponenti del PD) parlare a telefono: “Ma ti rendi conto? L’hanno massacrato Renzi. Venti minuti a parlare di Etruria. E domenica Di Maio va da Fazio a fare una passerella senza domande”. A me Renzi era sembrato efficace e drammatico, finalmente sottratto alla solita performance ripetitiva e inefficace.

I Cinque Stelle un confronto così non lo farebbero mai. E sbagliano perché potrebbero guadagnare sul campo la credibilità che manca ai loro rappresentanti. Ho detto e confermo che di Di Maio non si conoscono opere rimarcabili ma, a parte i tanti che credono ciecamente in lui perché rappresenta il nuovo, gli altri potrebbero ricredersi alla prova delle parole e dei fatti. Quando dice che sa benissimo dove prendere i soldi per garantire un salario a tutti, dalla “spending review”, mi piacerebbe che un esperto gli ricordasse che, avendo escluso l’aspirante premier tasse sulle case e patrimoniali, non potrà mettere in bilancio una spesa certa finanziandola con una entrata incerta. E starei a vedere se il nostro Gigino saprebbe cavarsela senza far ricorso all’arma letale degli F35, bombardieri più utili a mettere riparo a qualsiasi cazzata o illusoria promessa elettorale che a fare la guerra. Comunque, finché c’è Speranza, Di Maio, con quella cravatta, può dire ciò che vuole, se Civati è Possibile anche Grasso potrà prendere il posto di Berlinguer.

Il problema non è il mostro Renzi, che di mostri in giro ce ne sono parecchi, il problema è la solitudine dell’ex golden boy e la sua corsa disperata che ricorda più che un treno “la Locomotiva” di Francesco Guccini. Matteo non si rende conto che è inutile attaccare la Banca d’Italia e rivendicare l’azione a difesa degli interessi dei risparmiatori se non si libera dell’immagine della Boschi come quella di una padroncina di una banchetta in rovina che si sbatte per salvarla. È vero che non ne possiede azioni rilevanti; ma lei che assiste ai colloqui per le fusioni, il padre che prima viene nominato vicepresidente al solo scopo di ingraziarsi il governo e poi incontra massoni per trovare i manager, il fratello tutto muscoli e Facebook che ci ha lavorato, mostrano un quadro che se è esagerato descrivere come di conflitto d’interessi certo fa pensare a un notabilato di provincia familistico e tardodemocristiano che non ha niente di sinistra. Se a questo aggiungi che Renzi non ha esitato a liberarsi di Marino ma ha preteso che la Boschi restasse al governo dopo la bocciatura della riforma che porta il suo nome, ti viene la pelle d’oca. Le sorti di un partito che aspira a governare un Paese dipendono da notabili, che al tempo della DC avrebbero a stento fatto eleggere un consigliere comunale e oggi forse nemmeno quello. Perciò, a costo di avere un perenne rifiuto a mettere piede nei nostri studi, caro Matteo, ti imploriamo: liberaci da Etruria, dai Boschi e dai sottoboschi. E così sia.