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Santoro: Sto con Prodi
L’Italia è diventata un Paese semilibero
di Piero Sansonetti
l'Unità 20 Maggio 2004
... sia stato una cosa importante. Perché Prodi ha ribadito la centralità dei partiti nella vita politica ma ha anche riconosciuto che i partiti non bastano più e che da soli non possono rinnovare la politica. E allora ha detto alle persone che sono attratte dall'impegno politico, ma non si riconoscono nei singoli partiti: "fatevi avanti, impegnatevi, c'è posto per voi e c'è bisogno di voi". Io ho accettato di fare un po' il testimonial di questa linea di Prodi.
C'è in questa tua scelta anche un elemento di rinuncia? Cioè, è anche un modo per dirci: in questo momento il giornalismo è impossibile.
No, non è impossibile. E' difficile. La definizione più giusta l'ha dato questo istituto di ricerca statunitense che ha definito l'Italia un paese semilibero. E' così: semilibero. Esistono ancora spazi di libertà nel nostro paese e vanno usati, vanno difesi ma è comunque una libertà parziale, non completa, perché quasi tutti i poteri sono in mano a
un solo gruppo e a un solo uomo. Il
potere politico, quello economico e
quello dell'informazione. Tuttavia anche
in un paese in parte non libero,
come il nostro, si possono fare molte
cose sul piano dell'informazione. Io però
non ho voluto compiere il passo che
per me era diventato indispensabile
per fare il giornalista: rinunciare alla
Rai e dunque al servizio pubblico. Questo
passo non ho voluto farlo. Io credo
nel servizio pubblico. E allora, visto
che non volevo abbandonare la Rai, la
mia è diventata una scelta obbligata.
Era l'unica strada che mi restava quella
di impegnarmi direttamente nella battaglia
politica.
Non era possibile un accordo
con la Rai e un tuo ritorno in
video?
No, perché la mia figura aveva ormai
assunto un valore simbolico. Un
mio ritorno in video avrebbe significato
la sconfitta di Berlusconi. Sarebbe
stato come dire: "gente, torna Santoro,
Berlusconi è stato battuto …". Non era
pensabile nelle condizioni di oggi. E
allora ho preferito recuperare una mia
libertà di movimento.
Questa scelta chiude la possibilità di riavere Santoro giornalista?
No tutt'altro. Io penso di tornare
al mestiere del giornalista. E' un mestiere
che io amo moltissimo. Ho chiesto a
Enzo Biagi il suo parere. Gli ho chiesto:
tu credi che se mi impegno per un periodo
in politica poi non potrò fare più il
giornalista? Lui mi ha detto: "guarda
che io conosco tutti i pagliai dell'Emilia
Romagna perché lì ho fatto il partigiano,
e ho conosciuto i dirigenti di Giustizia
e Libertà e i contadini comunisti
emiliani: non è che tutto questo mi ha
impedito poi di fare il giornalista. Mi
sono portato appresso quei ricordi e le
cose che ho imparato lì per tutto il
resto della mia vita professionale. Mi
sono stati utili".
Le liste della sinistra alle elezioni
europee sono tante. E molte
sono piuttosto vicine al tuo modo
di pensare. Ti è costato scegliere
tra queste liste? Perché
hai scelto la lista "Uniti nell'Ulivo"?
Io spero che in questo progetto unitario
che per ora ha dato vita alla lista
"Uniti per l'Ulivo" possano al più presto entrare nuove forze. Penso soprattutto
alla lista OcchettoDi Pietro, ma
poi si può lavorare per avere rapporti
unitari anche con gli altri partiti, cioè
coi comunisti italiani, coi Verdi e con
Rifondazione. Io spero di poter essere
un interlocutore molto amico nei confronti
di queste forze. Penso che le lacerazioni
che ci sono state negli anni scorsi,
tra l'Ulivo e Rifondazione e tra l'Ulivo e Di Pietro, non possano assolutamente essere addebitate solo alla responsabilità
di Rifondazione e di Di Pietro, come spesso si fa in maniera
semplicistica. Le responsabilità sono
più complesse e sono di tutti. E quelle
lacerazioni vanno superate. Ci sono delle
grandi questioni che l'Ulivo non sempre,
in passato, ha tenuto nel giusto
conto. Come la questione della legalità
e la questione operaia. Di Pietro è stato
molto sensibile invece sui problemi della
legalità e Rifondazione sui problemi
della classe operaia. Io spero che alle elezioni
europee la lista "Uniti per l'Ulivo"
prenda moltissimi voti. Ma spero che
anche gli altri partiti della sinistra abbiano
un successo. Credo che questa volta
nelle mani dell'elettore c'è una grande
arma. Come è stato tante volte coi referendum.
Stavolta il voto può imprimere
una svolta nella politica italiana. Io
per questo ho accettato di candidarmi:
sono sicuro che un grande successo della
lista "Uniti per l'Ulivo" può cambiare
il corso della politica italiana...
Non abbiamo parlato del tema
principale della politica di oggi.
Della politica mondiale: il tema
della guerra.
Bisogna che i soldati italiani si ritirino
dall'Iraq. Anche perché questo è il
modo migliore per condizionare la politica
degli Stati Uniti e per favorire una
vera svolta in quella crisi. Una svolta
politica e militare. L'Italia ha questa
possibilità. Anche perché se l'Italia si
ritira dall'Iraq viene a ricomporsi l'unità
dell'Europa ( a parte la posizione
particolarissima di Blair) e questo sicuramente
può pesare sugli Stati Uniti.
La tua è una posizione antiamericana?
No, non lo è. Io considero gli americani
nostri amici. Se io vedo che un
mio amico si sta avviando sull'orlo del
precipizio gli grido di fermarsi con
quante forze ho in corpo e nel modo
più convincente possibile. Non è così?
Cosa hai pensato di fronte alle
immagini degli americani che
torturavano i prigionieri?
Due cose ho pensato: orrore per questi
abusi vigliacchi e intollerabili. Sono immagini
che ci dicono che noi stiamo perdendo
noi stessi, cioè stiamo perdendo i
valori di base sui quali si costruisce una
democrazia: il rispetto per la dignità, per il
diritto, per l'essere umano. Però questa
vicenda mi ha procurato anche un minimo
di sollievo, perché evidentemente la
stampa americana ha ricominciato a funzionare,
a fare il suo dovere. Si era addormentata.
La vicenda delle torture è stata
tirata fuori da vari giornalisti democratici,
che ora sono nel mirino del potere americano
un po' come tocca a noi giornalisti
democratici italiani. Anche a loro dicono
che sono comunisti. La pubblicazione di
queste immagini è un atto di rivolta dei
giornalisti americani che si sono accorti
che l'informazione è stata una delle prime
vittime di questa guerra. Soprattutto l'informazione
televisiva. L'opinione pubblica
americana, per la prima volta, è stata
completamente disinformata su questo
conflitto. Ha prevalso solo la retorica del
dopo 11 settembre. C'è stato un momento
nel quale l'opinione pubblica americana
era convinta che Saddam possedesse le
armi di distruzione di massa. Non era mai
successo che il popolo americano fosse
meno informato degli altri popoli su questioni
di così vitale importanza.
L'esercito più potente che l'umanità
abbia mai messo insieme
sta subendo uno smacco militare.
Questo non dovrebbe fare riflettere
anche la sinistra? Voglio
dire: non è qualcosa che dimostra
che ormai la guerra è uno
strumento insensato, che non
esiste più guerra giusta, che
l'uso della forza non risolve i
problemi?
Si , mai nella Storia c'era stato tanto
materiale distruttivo nelle mani di
una sola potenza. E ci siamo accorti
che questo enorme materiale distruttivo
non va oltre la distruzione. Oltre
quello non c'è niente. Dietro le città
rase al suolo ci sono solo città rase al
suolo. Dietro i morti altri morti. Dietro
le torture altre infamità. A che serve
tutto questo? Che mondo è? Il mondo
dei più forti, e questi più forti non riescono
neppure a fare ordine, a organizzare
la vita civile, a trovare uscite dalle
crisi. Guarda Sharon: la sua è una politica
che non ha sbocchi: propone la forza
e la paura, e poi la forza e la paura e
poi la forza e la paura. Allora dobbiamo
cercare strade diverse. Dobbiamo
riscoprire la politica, il dialogo e l'informazione.
Anche noi giornalisti abbiamo
un ruolo, un compito importante.
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