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Michele Santoro
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Interviste
Santoro: Sto con Prodi
L’Italia è diventata un Paese semilibero

di Piero Sansonetti
l'Unità 20 Maggio 2004

... sia stato una cosa importante. Perché Prodi ha ribadito la centralità dei partiti nella vita politica ma ha anche riconosciuto che i partiti non bastano più e che da soli non possono rinnovare la politica. E allora ha detto alle persone che sono attratte dall'impegno politico, ma non si riconoscono nei singoli partiti: "fatevi avanti, impegnatevi, c'è posto per voi e c'è bisogno di voi". Io ho accettato di fare un po' il testimonial di questa linea di Prodi.

C'è in questa tua scelta anche un elemento di rinuncia? Cioè, è anche un modo per dirci: in questo momento il giornalismo è impossibile.
No, non è impossibile. E' difficile. La definizione più giusta l'ha dato questo istituto di ricerca statunitense che ha definito l'Italia un paese semilibero. E' così: semilibero. Esistono ancora spazi di libertà nel nostro paese e vanno usati, vanno difesi ma è comunque una libertà parziale, non completa, perché quasi tutti i poteri sono in mano a un solo gruppo e a un solo uomo. Il potere politico, quello economico e quello dell'informazione. Tuttavia anche in un paese in parte non libero, come il nostro, si possono fare molte cose sul piano dell'informazione. Io però non ho voluto compiere il passo che per me era diventato indispensabile per fare il giornalista: rinunciare alla Rai e dunque al servizio pubblico. Questo passo non ho voluto farlo. Io credo nel servizio pubblico. E allora, visto che non volevo abbandonare la Rai, la mia è diventata una scelta obbligata. Era l'unica strada che mi restava quella di impegnarmi direttamente nella battaglia politica.

Non era possibile un accordo con la Rai e un tuo ritorno in video?
No, perché la mia figura aveva ormai assunto un valore simbolico. Un mio ritorno in video avrebbe significato la sconfitta di Berlusconi. Sarebbe stato come dire: "gente, torna Santoro, Berlusconi è stato battuto …". Non era pensabile nelle condizioni di oggi. E allora ho preferito recuperare una mia libertà di movimento.

Questa scelta chiude la possibilità di riavere Santoro giornalista?
No tutt'altro. Io penso di tornare al mestiere del giornalista. E' un mestiere che io amo moltissimo. Ho chiesto a Enzo Biagi il suo parere. Gli ho chiesto: tu credi che se mi impegno per un periodo in politica poi non potrò fare più il giornalista? Lui mi ha detto: "guarda che io conosco tutti i pagliai dell'Emilia Romagna perché lì ho fatto il partigiano, e ho conosciuto i dirigenti di Giustizia e Libertà e i contadini comunisti emiliani: non è che tutto questo mi ha impedito poi di fare il giornalista. Mi sono portato appresso quei ricordi e le cose che ho imparato lì per tutto il resto della mia vita professionale. Mi sono stati utili".

Le liste della sinistra alle elezioni europee sono tante. E molte sono piuttosto vicine al tuo modo di pensare. Ti è costato scegliere tra queste liste? Perché hai scelto la lista "Uniti nell'Ulivo"?
Io spero che in questo progetto unitario che per ora ha dato vita alla lista "Uniti per l'Ulivo" possano al più presto entrare nuove forze. Penso soprattutto alla lista OcchettoDi Pietro, ma poi si può lavorare per avere rapporti unitari anche con gli altri partiti, cioè coi comunisti italiani, coi Verdi e con Rifondazione. Io spero di poter essere un interlocutore molto amico nei confronti di queste forze. Penso che le lacerazioni che ci sono state negli anni scorsi, tra l'Ulivo e Rifondazione e tra l'Ulivo e Di Pietro, non possano assolutamente essere addebitate solo alla responsabilità di Rifondazione e di Di Pietro, come spesso si fa in maniera semplicistica. Le responsabilità sono più complesse e sono di tutti. E quelle lacerazioni vanno superate. Ci sono delle grandi questioni che l'Ulivo non sempre, in passato, ha tenuto nel giusto conto. Come la questione della legalità e la questione operaia. Di Pietro è stato molto sensibile invece sui problemi della legalità e Rifondazione sui problemi della classe operaia. Io spero che alle elezioni europee la lista "Uniti per l'Ulivo" prenda moltissimi voti. Ma spero che anche gli altri partiti della sinistra abbiano un successo. Credo che questa volta nelle mani dell'elettore c'è una grande arma. Come è stato tante volte coi referendum. Stavolta il voto può imprimere una svolta nella politica italiana. Io per questo ho accettato di candidarmi: sono sicuro che un grande successo della lista "Uniti per l'Ulivo" può cambiare il corso della politica italiana...

Non abbiamo parlato del tema principale della politica di oggi. Della politica mondiale: il tema della guerra.
Bisogna che i soldati italiani si ritirino dall'Iraq. Anche perché questo è il modo migliore per condizionare la politica degli Stati Uniti e per favorire una vera svolta in quella crisi. Una svolta politica e militare. L'Italia ha questa possibilità. Anche perché se l'Italia si ritira dall'Iraq viene a ricomporsi l'unità dell'Europa ( a parte la posizione particolarissima di Blair) e questo sicuramente può pesare sugli Stati Uniti.

La tua è una posizione antiamericana?
No, non lo è. Io considero gli americani nostri amici. Se io vedo che un mio amico si sta avviando sull'orlo del precipizio gli grido di fermarsi con quante forze ho in corpo e nel modo più convincente possibile. Non è così?

Cosa hai pensato di fronte alle immagini degli americani che torturavano i prigionieri?
Due cose ho pensato: orrore per questi abusi vigliacchi e intollerabili. Sono immagini che ci dicono che noi stiamo perdendo noi stessi, cioè stiamo perdendo i valori di base sui quali si costruisce una democrazia: il rispetto per la dignità, per il diritto, per l'essere umano. Però questa vicenda mi ha procurato anche un minimo di sollievo, perché evidentemente la stampa americana ha ricominciato a funzionare, a fare il suo dovere. Si era addormentata. La vicenda delle torture è stata tirata fuori da vari giornalisti democratici, che ora sono nel mirino del potere americano un po' come tocca a noi giornalisti democratici italiani. Anche a loro dicono che sono comunisti. La pubblicazione di queste immagini è un atto di rivolta dei giornalisti americani che si sono accorti che l'informazione è stata una delle prime vittime di questa guerra. Soprattutto l'informazione televisiva. L'opinione pubblica americana, per la prima volta, è stata completamente disinformata su questo conflitto. Ha prevalso solo la retorica del dopo 11 settembre. C'è stato un momento nel quale l'opinione pubblica americana era convinta che Saddam possedesse le armi di distruzione di massa. Non era mai successo che il popolo americano fosse meno informato degli altri popoli su questioni di così vitale importanza.

L'esercito più potente che l'umanità abbia mai messo insieme sta subendo uno smacco militare. Questo non dovrebbe fare riflettere anche la sinistra? Voglio dire: non è qualcosa che dimostra che ormai la guerra è uno strumento insensato, che non esiste più guerra giusta, che l'uso della forza non risolve i problemi?
Si , mai nella Storia c'era stato tanto materiale distruttivo nelle mani di una sola potenza. E ci siamo accorti che questo enorme materiale distruttivo non va oltre la distruzione. Oltre quello non c'è niente. Dietro le città rase al suolo ci sono solo città rase al suolo. Dietro i morti altri morti. Dietro le torture altre infamità. A che serve tutto questo? Che mondo è? Il mondo dei più forti, e questi più forti non riescono neppure a fare ordine, a organizzare la vita civile, a trovare uscite dalle crisi. Guarda Sharon: la sua è una politica che non ha sbocchi: propone la forza e la paura, e poi la forza e la paura e poi la forza e la paura. Allora dobbiamo cercare strade diverse. Dobbiamo riscoprire la politica, il dialogo e l'informazione. Anche noi giornalisti abbiamo un ruolo, un compito importante.


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