Aemilia: 125 condanne fra imprenditori e capiclan. Due anni a Vincenzo Iaquinta. Il reportage nell’Emilia delle ‘Ndrine



Processo Aemilia, la storica sentenza di primo grado: 125 condanne

Il più grande processo contro la mafia al Nord si conclude con 125 condanne in primo grado, 19 assoluzioni e 4 prescrizioni.  La sentenza del Tribunale di Reggio Emilia conferma l’esistenza di una ‘ndrina attiva da anni in Emilia e nel mantovano con epicentro a Reggio Emilia, diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro, ma autonoma e indipendente da essa. Ma il processo “Aemilia” più che dell’infiltrazione di una ‘ndrina racconta la nascita e l’evoluzione di un sistema che ha visto coinvolti amministratori, dirigenti e funzionari pubblici, forze dell’ordine, giornalisti, imprenditori, professionisti. I reati vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, dalle minacce all’usura, e poi falso in bilancio, intestazione fittizia dei beni, turbativa d’asta, detenzione illegale di armi, emissione di fatture false, caporalato e sfruttamento di mano d’opera, riciclaggio. Il 24 ottobre scorso la Corte di Cassazione aveva messo la parola fine al primo troncone del processo, celebrato con il rito abbreviato, confermando anche in quel caso l’impianto accusatorio con 40 condanne.
Nove anni e 10 mesi sono stati inflitti al costruttore Augusto Bianchini e quattro per la moglie Bruna, senza aggravante, tre al figlio Alessandro mentre sono stati assolti i fratelli Alessandra e Nicola Bianchini. Michele Bolognino, considerato il punto di riferimento dei cutresi in Emilia, è stato condannato a 20 anni e 7 mesi, mentre  una condanna di 8 anni è stata inflitta all’imprenditore Gino Gibertini, accusato di estorsione. Fra i condannati anche Giuseppe Iaquinta, uscita dall’aula gridando ai giudici: “Siete ridicoli” dopo la lettura della sentenza che lo condanna a 19 anni. Il figlio Vincenzo, ex giocatore della Juventus e della Nazionale, è stato condannato a due anni, per reati di armi.

 

 

Il racconto di Servizio Pubblico: l’Emilia delle ‘ndrine e le denunce dei ragazzi di Cortocircuito tv

Scoprire la ‘ndrangheta in Emilia, quando tutti credevano di esserne immuni e documentarla con video inchieste a imprenditori collusi, politici, colletti bianchi. L’hanno fatto i ragazzi della webtv Cortocircuito, un gruppo di liceali che, ben prima dell’inchiesta Aemilia, ha parlato di mafia al Nord. Con loro, nella puntata di marzo 2015, Servizio Pubblico è entrato a Brescello, un paese della provincia di Reggio Emilia, roccaforte della comunità calabrese di Cutro, il paese di Nicolino Grande Aracri, il boss del clan. Qui vive, il fratello, Francesco, condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso. In paese sembra che nessuno lo conosca, quelli che sanno chi è dicono di lui: “E’ una persona gentile, tranquilla ed educata“. A dirlo anche Marcello Coffrini, sindaco di Brescello, di cui il Pd nel gennaio 2016 ha chiesto le dimissioni, dopo le polemiche sollevate da Beppe Grillo in risposta alle critiche per la gestione del caso Quarto.