M, il giornalista eroe sui Protocolli dei Savi Anziani di Sion: “Un falso russo che Hitler usò per giustificare il genocidio”



È bufera su Elio Lannutti, il senatore del M5S che nel pomeriggio di ieri ha rilanciato su Twitter il link a un articolo che affrontando il tema dei cosiddetti “Protocolli dei savi anziani di Sion”, un opuscolo antisemita che ebbe grande fortuna nella Germania nazista, ne riconduce la paternità a Mayer Amschel Rothschild, capostipite della celebre famiglia di uomini d’affari.
I “Protocolli” furono in realtà fabbricati e diffusi dall’ Okhrana, la polizia segreta zarista, nei primi decenni del Novecento per screditare il bolscevismo, e in poco tempo divennero un testo di riferimento negli antisemiti europei e statunitensi: si tratta di una raccolta di verbali contraffatti di una fantomatica riunione segreta della “cospirazione ebraica mondiale”, dove viene delineato un fantasioso complotto in chiave anticristiana e vengono enunciate le linee guida per impadronirsi del mondo attraverso l’usura, la manipolazione del denaro e il controllo dell’informazione. I “Protocolli”, tragicamente, ebbero grande diffusione in Germania, proprio in coincidenza con l’ascesa di Adolf Hitler: lo storico Konrad Heiden, fra i primi interpreti del nazionalsocialismo, ha definito quel documento come l’ “autorizzazione al genocidio” che spianò la strada all’ascesa di Hitler. 

“Come vicepresidente del Consiglio e come capo politico del M5S prendo le distanze, e con me tutto il Movimento, dalle considerazioni del senatore Elio Lannutti” ha affermato in serata Luigi Di Maio, prima che sul caso intervenisse nuovamente lo stesso Lannutti. “Mi scuso, non sono né sarò antisemita  – ha dichiarato il senatore pentastellato – ieri ho pubblicato un link sui banchieri Rothschild, senza alcun commento. Poiché non avevo alcuna volontà di offendere alcuno, tantomeno le comunità ebraiche od altri, mi scuso se il link ha urtato la sensibilità. Condividere un link non significa condividere i contenuti, da cui comunque prendo le distanze. Ci tengo a sottolineare che non sono, né sarò mai antisemita”.

M, i Protocolli dei savi anziani di Sion: Hitler vs Martin Gruber

Nel corso di M, programma di Michele Santoro, Adolf Hiter torna sul mito della pugnalata alle spalle su cui impostò molti dei suoi discorsi nella fase dell’ascesa. Secondo Hitler la Germania poteva vincere la prima guerra mondiale. Ma i politici tedeschi, sobillati dai francesi e dagli interessi dei potentati ebraici, avevano chiesto un armistizio che umiliava il popolo. “Alla fine della Prima Guerra Mondiale gli ebrei erano gli unici ad aver approfittato dei risarcimenti di guerra per arricchirsi. I tedeschi avevano bisogno di un nemico per riscoprire la loro identità e la forza della nazione. Nessuno prima di me aveva osato mettere in discussione il Trattato di Versailles. Ma io sapevo che nel cuore dei tedeschi rappresentava un’umiliazione. Uno scandalo che gridava vendetta, un ricatto che sottoponeva il nostro popolo a un inaudito saccheggio”. In scena irrompe Martin Gruber, direttore del Münchener Post, che fu uno dei più strenui oppositori di Hitler e pagò la sua battaglia con la morte.

Martin Gruber e la “cucina dei veleni”

Martin Gruber era il direttore del Münchener Post. Il giornale che fece tremare Hitler e che i gerarchi del partito battezzarono “la cucina dei veleni”. Il giornale già dagli Venti iniziò a mettere alla berlina gli aspetti più grotteschi di Hitler e del suo partito. I suoi giornalisti sono considerati “i primi interpreti dimenticati di Hitler” perché rimossi dalla storia ufficiale dell’antinazismo. Forse, suggeriscono esperti come Rosenbaum, per i tedeschi e gli alleati è stato più facile raccontarsi che nessuno era stato capace di comprendere la vera natura di Hitler fino al 1933. Piuttosto che fare i conti con le denunce rivelatrici e inascoltate del Münchener Post e di Gerlich.

Il Münchener Post

La battaglia fra il Münchener Post e Hitler durò quasi 12 anni. La redazione sopravvisse al sacco del giornale durante il putsch del novembre 1923. Quando la sede venne assaltata dalle squadracce hitleriane. Ma dovette capitolare dieci anni più tardi. Nel marzo del 1933, infatti, una schiera di uomini del reparto d’assalto Sturmabteilung, le famigerate SA, distrusse completamente la sede del Post arrestando i suoi redattori.