Aspettando Leopolda



ASPETTANDO LEOPOLDA

L’editoriale di Michele Santoro

C’è una sola persona che riesce a convincere gli italiani ad andare a votare: Matteo Renzi. Infatti, al Referendum, alle urne sono corsi in tantissimi; ma per liberarsi di lui. Il format “vinco da solo contro tutti” ha prodotto disastri e altri, si prevede, ne produrrà nel futuro. Ma il giovane leader non demorde.

Sarebbe stato veramente il caso di fare una campagna d’ascolto; invece ha infilato il solito berretto da capostazione per un altro viaggio in treno, del quale esistono rare testimonianze e qualche foto che lo immortala con giovani tutti uguali e così somiglianti a lui da sembrare parenti stretti.

Ricordo per la cronaca che Obama, per mostrare attenzione nei confronti di chi lo criticava, sedeva a lungo al centro di arene affollate e vocianti, di fronte al palchetto degli oratori solitamente riservato al Presidente, mentre si alternavano al microfono idraulici e operai dell’industria automobilistica incazzati.

Altro che un partito che pensa di risollevarsi attaccando i Cinque Stelle, elencando i loro difetti e decidendo di non partecipare alla manifestazione antifascista di Ostia perché in testa al corteo c’è la Raggi.

Io dico: Matteo, hai cercato di convincere gli italiani a scegliere un sistema per decidere con il voto chi deve governare? Hai perso? Hai detto comunque di voler ripartire dal quaranta per cento che la tua riforma l’ha votata (senza contare quelli che non l’hanno votata non per il merito ma perché la tua comunicazione è così arrogante che fra poco pure tua madre si porrà il problema di darti una regolata)? Dici che vuoi fare come Macron?

Allora fai finalmente un bagno di umiltà. Apriti alla società (e a Pisapia e alla Bonino). Circondati di un gruppo dirigente degno di questo nome. Datti un profilo chiaro. Porta alle elezioni il partito; e se ottieni un risultato positivo, gioca le tue carte per il governo e riprendi la strada delle riforme. Tanto per mettere un po’ d’ordine nella tua testa dopo che non hai fatto niente per impedire una scissione e hai sposato una legge elettorale che rischia di regalare il Paese a Berlusconi e alla destra.

Il Cavaliere arriverà primo con la sua coalizione di comodo mentre tu raccoglierai i resti in coppia con Alfano. Che “a Maronna t’accompagni”, quella vera e non quella del presepe di Laterina. E, nel frattempo, avrai fornito ai Bersani e ai D’Alema un alibi perfetto per dire che allearsi con te è inutile, “tanto si perde comunque” ed è meglio costruire una zattera che aiuti la sinistra a galleggiare tra i rottami dell’eterno anno zero.

Però, se siamo arrivati a questo punto, non è certo solo a causa di Matteo Renzi ma perché la sinistra di quelli di prima non si sa cosa sia, continua a chiamarsi Nostalgia, Speranza e, fra non molto, si chiamerà Carità. Non ha torto Veltroni quando per ritrovare la bussola e fare un appello all’unità esorta a non perdere la memoria del passato, anche se di quel passato abbiamo visioni molto diverse. Prendiamo Bersani. Di sicuro sembra del vecchio PCI più di Renzi. Infatti ha le caratteristiche peggiori di un partito che non ha mai capito granché delle trasformazioni della società, delle lotte operaie, del 68, dei nuovi mezzi di comunicazione. Insomma Berlinguer ti voglio bene ma non posso dimenticare che eri contro la televisione a colori. Né posso dimenticare il centralismo democratico, i tratti autoritari e a volte orribili di quella organizzazione.

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Tuttavia il PCI non era solo questo, era un presidio democratico, una grande comunità di lavoratori disciplinata e con valori condivisi, un gruppo dirigente non paragonabile alle accozzaglie personalistiche di oggi. Incuteva rispetto e devozione il PCI, come un’altra chiesa da cui non ci si separava mai disinvoltamente. Perfino i più eterodossi fra noi, quelli che l’Unione Sovietica ce l’avevano sulle palle, si sentivano in maniera lacerante parte di una famiglia mondiale, di un movimento di emancipazione che non conosceva confini, che aveva le sue radici dentro un mondo che non esiste più. Di questo mondo l’eurocomunismo era il confine più vicino alla democrazia occidentale ed è stato sepolto dalla caduta del muro di Berlino.

Dirà il mio amico Vauro: “E dopo però è venuto il tempo dell’Occhetto maldestro”. E di sapientino D’Alema, aggiungo io. Talmente sapiente che l’hai lasciato qualche minuto al comando e ha bombardato il Kosovo o ha smontato la Telecom come un giocattolo. E adesso parla dei precari che ha creato. Perché il problema dei comunisti è stato più far dimenticare chi erano stati che cercare di diventare qualcosa di veramente diverso. Perciò hanno avuto bisogno di Prodi, per non apparire più comunisti .

Dunque, adesso che di comunisti da sdoganare non ce ne sono più, a chi dice “ridateci Prodi!” io dico: e per farci che? Le coalizioni  con Bertinotti e Mastella? La legge sul conflitto d’interessi? L’Europa a venticinque? In attesa di un dibattito vero, tutto questo parlare di Grasso e Vendola, di cosa faranno la Boldrini e Civati non annoia soltanto mia moglie ma fa venire il vomito anche a me che lo devo seguire per mestiere. Mi chiedo: ma ci sarà mai un momento in cui il PD chiama i suoi simpatizzanti ad incontrarsi per trovare soluzioni nuove? Ci sarà finalmente un SOS e una richiesta d’aiuto  a quelli che criticano o si sono allontanati o invece sentiremo ripeterci a reti unificate il solito ridicolo “vinceremo!”?

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Se Renzi continua così il futuro non solo non sarà “adesso” ma nemmeno nei prossimi vent’anni; se tornano quelli del passato di anni ce ne vorranno cinquanta e “a Maronna ci accompagni” anche a noi. Quindi, Matteo cambia! O ti resterà l’unica consolazione di stare nella strenna di Natale di Bruno Vespa, “i grandi leader del Novecento, da Stalin a Renzi”. E da Kennedy a Orfini.