Lega, quei 49 milioni spariti: le spese della “family” Bossi fra lauree e auto di lusso



Dopo giorni di tensione e minacce di crisi, il Governo ha trovato l’accordo sulla riforma della prescrizione. Di Maio e il ministro Bonafede volevano bloccarla al primo grado di giudizio, Salvini non ne voleva sapere. Alla fine tanta ammuina, ennesimo vertice di maggioranza a Palazzo Chigi e soluzione all’italiana. La riforma della prescrizione si farà ma solo a partire dal 2020, dopo che sarà entrata in vigore la Grande Riforma della Giustizia del governo gialloverde. Una Grande Riforma di cui ancora non è stata scritta né discussa neppure una riga. Intanto però, una domanda vale la pena di farsela: ma perché Matteo Salvini ha fatto tanta resistenza? Perché è così affezionato alla prescrizione? Noi un’idea ce l’abbiamo. Intanto rimettiamo in ordine i fatti e vediamo come sono cominciati i guai della Lega…

I magistrati: “Sequestrare 49 milioni alla Lega”

«Ovunque venga rinvenuta e presso chiunque» qualsiasi somma di denaro riferibile alla Lega Nord deve essere sequestrata fino a raggiungere quota 48,969 milioni di euro”. È con queste parole che la Cassazione ha dato il via nello scorso luglio alla “caccia” per recuperare il denaro che, secondo i giudici del tribunale di Genova, rappresenta il bottino della maxi truffa ai danni dello Stato perpetrata tra il 2008 e il 2010 falsificando i bilanci del Carroccio, per la quale sono stati condannati in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi e l’ex tesoriere del partito Francesco Belsito.

La denuncia di un militante: i diamanti della Tanzania e la scoperta della “Family”

L’inchiesta nasce nel gennaio del 2012, quando un militante della Lega si presenta in Procura a Milano per depositare un esposto  basato su diversi articoli di carta stampata che parlano di strani investimenti fatti dal partito in giro per il mondo, fra cui spiccavano quelli in diamanti effettuati in Tanzania e l’apertura di conti offshore a Cipro. Qualche mese dopo lo scandalo travolgerà Umberto Bossi: il Senatùr si ritrova protagonista di una vicenda che vede soldi pubblici entrare nelle casse della Lega e poi uscirne senza alcun giustificativo, ed è costretto a lasciare la guida del partito. Quei soldi, infatti, sono serviti per le spese personali del “clan” Bossi, la cosiddetta “The Family” secondo dicitura riportata sulla cartelletta custodita dall’ex tesoriere Francesco Belsito: la ristrutturazione della casa di famiglia di Gemonio, oltre 70 mila euro per la laurea in Albania e centinaia di multe del figlio Renzo dprese a bordo dell’Audi A6 (anch’essa, secondo i magistrati, acquistata con soldi pubblici), pranzi e cene, spese mediche e odontoiatriche, tutte riferibili alla famiglia Bossi.Il reato è appropriazione indebita, punito dal codice penale con il carcere fino a 3 anni. Nel marzo 2016 Riccardo Bossi, il figlio rallysta del Senatùr, viene condannato col rito abbreviato a 2 anni e mezzo di carcere. Nel luglio 2017 arrivano le condanne per Umberto Bossi, 2 anni e 3 mesi, il figlio Renzo detto il Trota, 1 anno e 6 mesi, e il tesoriere Belsito, 2 anni e 6 mesi. A salvare la famiglia Bossi però ci ha pensato – o magari non ci aveva proprio pensato – il governo Gentiloni: nel maggio 2018 è entrata in vigore una modifica provvidenziale al codice penale. Per il reato di appropriazione indebita non si può più procedere d’ufficio, ci vuole una denuncia. E chi dovrebbe denunciare Bossi & family? La Lega, cioè la parte lesa. Anche se ormai c’è una sentenza di primo grado? Si. E se la Lega non presentasse la denuncia? C’è tempo fino al 30 novembre, poi il processo andrebbe in fumo per “difetto di querela”.

Il filone genovese: 49 milioni di rimborsi elettorali indebitamente percepiti

La tranche più importante del procedimento, incentrata sulla truffa relativa ai rimborsi elettorali tra il 2008 e il 2010 per un importo di quasi 50 milioni di euro ai danni dello Stato, viene trasferita da Milano a Genova: è qui infatti, presso una filiale genovese di Banca Aletti, su un conto intestato all’ex Tesoriere Belsito, che viene accreditata l’ultima tranche dei rimborsi elettorali. A essere imputati sono Bossi, Belsito e tre ex componenti del comitato di controllo di secondo livello della Lega. Camera e Senato si costituiscono parte civile. La sentenza arriva nel luglio 2017: condanna a 2 anni e sei mesi per l’ex leader della Lega, mentre Belsito viene condannato a 4 anni e dieci mesi. Condanne a 5 anni anche per gli ex revisori e due imprenditori, Paolo Scala e Stefano Bonet: oltre che di truffa aggravata sono accusati anche di riciclaggio perché avrebbero portato oltre confine, a Cipro e in Tanzania, parte dei soldi ottenuti illecitamente. Da qui nasce la richiesta sequestro dei fondi disposto dal Tribunale di Genova che, rigettata dal Riesame,  è diventata un caso politico con il successivo accoglimento da parte della Cassazione. Salvini, che ha parlato di “sentenza politica”, ha successivamente trovato l’accordo per la rateizzazione della cifra dovuta in un arco di 80 anni, per l’importo di 600 mila euro annui.

La sentenza di appello è in attesa per il 20 novembre.