Popolare di Vicenza: così è crollato l’impero di Gianni Zonin



Dopo una lunga fase di incertezza si è aperto il maxi processo sul crack della Banca Popolare di Vicenza, considerato il più grande mai celebrato fino ad oggi in Italia relativo a reati bancari. Sul banco degli imputati saliranno i vertici della banca, a partire dal dominus Gianni Zonin, per 19 anni consecutivi presidente dell’istituto di credito berico, fino agli ex vicedirettori Emanuele Giustini e Paolo Marin, l’ex dg Andrea Piazzetta e l’imprenditore Giuseppe Zigliotto, già presidente della Confidustria locale e consigliere di amministrazione della BpVi. Le accuse sono di aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob e falso in prospetto. I pm, chiedendo il rinvio a giudizio per gli imputati, avevano sottolineato che Zonin non può essere considerato “un inconsapevole pensionato perché era perfettamente a conoscenza di quello che avveniva in banca. Si comportava come un amministratore delegato e tanti suoi amici  hanno compiuto operazioni baciate”. Il legali del “grande vignaiolo” hanno invece più volte ribadito che non i pm non hanno nessuna prova concreta in grado di reggere in un dibattimento visto che i veri responsabili del crack “sono fuori dal processo”, con riferimento agli ex dg della banca che avrebbero agito senza informare Zonin delle operazioni spericolate che nel tempo hanno eroso il capitale della Popolare fino a portarla al collasso. Nelle scorse settimane avevano richiesto il trasferimento del processo a Trento per legittimo sospetto, ma la Cassazione ha respinto la richiesta confermando la sede vicentina, anche se all’orizzonte si profila un trasferimento nell’aula bunker del tribunale di Mestre visto lo sterminato numero di parti civili che intendono assistere alle udienze. Sono infatti 6000 i soggetti costituitisi parte civile nel processo, fra cui spicca il Comune di Vicenza che chiede un doppio risarcimento, come azionista della banca e per il danno non patrimoniale causato alla città. Fuori dal tribunale sono stati circa in 300 a manifestare e il presidente dell’associazione “Noi che credevamo in BPVI” Luigi Ugone ha sottolineato l’importanza della giornata: “Possiamo dire che siamo qui con orgoglio, perché la Cupola che governava la banca ci aveva fatto pensare che non si sarebbe arrivati a dibattimento”.
La prossima udienza è prevista per il 15 dicembre.

FOCUS: CHI È GIANNI ZONIN, IL  “GRANDE VIGNAIOLO”

 

Gianni Zonin, presidente di Popolare di Vicenza è soprannominato il grande vignaiolo per la sua attività: primo produttore di vino in Italia e fra i primi 4 in Europa, possiede un impero sparso su 11 tenute in sette regioni diverse, dalla Sicilia al Friuli, dal Piemonte alla Puglia e Toscana, con il fiore all’occhiello della tenuta in Virginia. È stato per 19 anni consecutivi presidente dell’istituto di credito Vicentino, conducendolo a una vertiginosa crescita: al momento del suo insediamento la Popolare di Vicenza era banca da 116 sportelli e 1296 dipendenti, numeri che sotto la sua gestione sono cresciuti fino toccare i a 637 sportelli e 5391 dipendenti.

FOCUS: ANATOMIA DI UN CRACK E LE OPERAZIONI “BACIATE”

 

A inizio novembre 2014 le prime 15 banche italiane passano sotto la supervisione e la vigilanza della BCE, fra cui figura la popolare di Vicenza. Nel febbraio 2015 iniziano le ispezioni e la solidità della popolare di Vicenza si rivela un bluff, perché gli ispettori portano alla luce le “operazioni baciate”, mai emerse nelle precedenti ispezioni di Bankitalia: la banca ha finanziato clienti per acquistare azioni della banca per un miliardo di euro, gonfiando il capitale di vigilanza. Con 300 milioni di prestiti deteriorati le rettifiche di valore sul bilancio 2015 arrivano a 1,3 miliardi. L’anno successivo il rosso sarà devastante: il bilancio si chiude con una perdita di 1,9 miliardi.
Le operazioni baciate sono concesse “a patto che i relativi finanziamenti siano autorizzati dall’Assemblea straordinaria” e “che le azioni non siano conteggiate nel patrimonio di vigilanza”. Le due venete, invece, le hanno praticate per  mostrare una solidità che in realtà era solo frutto di una partita di giro, visto che i crediti concessi alla clientela rientravano in parte sotto forma di azioni. Gli investitori ottenevano in cambio tassi agevolati, una cedola annuale oppure la “ricompensa” di un euro per ogni azione quando la banca, attraverso il fondo che avrebbe dovuto regolare e movimentare il mercato interno dei soci, ricomprava le sue stesse azioni dal cliente. Dal gennaio del 2014 era richiesta l’autorizzazione della BCE per ogni riacquisto, ma Popolare di Vicenza ricomprava azioni con disinvoltura, fino a quando il fondo non è stato bloccato e l’azione è divenuta illiquida, impossibile da vendere: prima del blocco e della prima svalutazione a 48 euro (aprile 2015) riescono a vendere diversi nomi eccellenti:  l’ex vicepresidente della banca ed ex presidente di Confindustria Vicenza Giuseppe Zigliotto vende con la sua Zeta srl 5 milioni di azioni, Autobrennero incassa 7,5 milioni, la Finpiave di Stefanel ne porta a casa 1,17 e Gianfranco Pavan, cognato di Zonin, si libera di 1,7 milioni di azioni.

FOCUS: COME SI DECIDEVA IL VALORE DELLE AZIONI

 

Fino alla riforma del 2015 le banche popolari non quotate in Borsa potevano di fatto decidere a tavolino il prezzo dell’azione.  Il consiglio di amministrazione, sulla base del parere di esperti indipendenti da lui nominati per studiare i bilanci, proponeva una cifra all’assemblea dei soci, che approvavano. Nel caso della Popolare di Vicenza le perizie indipendenti fino al 2011 non ci sono state. Come si decideva il valore dell’azione alla Popolare di Vicenza, Banca d’Italia lo sapeva dal 2001, quando durante un’ispezione sanzionava i vertici perché il valore dell’azione non era ispirato da criteri di oggettività, ma deciso dai consiglieri della banca mettendosi d’accordo tra loro. Lo ribadisce nel 2008: “manca il parere di esperti indipendenti”. E nel 2009: “il prezzo non è adeguato alla redditività”.