Lega al Sud, gli impresentabili saliti sul carro di Salvini



Un milione di voti al sud, il 4 marzo scorso. Tanti. Alle politiche. E quello era il Sud che stava per schierare le sue truppe, in attesa di salire sul carro di chi pensava che sarebbe diventato il vincitore. La Lega di Giussano che gridava “terroni” è solo un ricordo del passato. Il sud governativo scatta sempre sull’attenti. E in questo caso anche quel sud un po’ fascista che esiste ancora non si è fatto pregare.

L’esercito dei questuanti, delle raccomandazioni, dello scambio, del “posto” ha fatto il salto e il popolo dei faccendieri e dei futuri amministratori ha scelto Matteo Salvini. Ma nell’assalto al partito dei vincitori per conquistare posizioni ci sono anche loro, i convitati di pietra di quella piccola e grande criminalità che investe nella politica, nell’amministrazione pubblica per conquistare un appalto o per ottenere una licenza.
Sono i consigli comunali, le amministrazioni locali, quelle che affondano le radici nei territori il vero obiettivo degli impresentabili e improponibili.

Da oggi Servizio Pubblico inizia un viaggio nei territori dove alla corte di Salvini siedono anche gli impresentabili. E quello che colpisce è che la storia sembra riproporsi sempre uguale a se stessa. Ricordate la Dc inquinata? E poi Cosa Nostra siciliana che battezza la nascente Forza Italia. La Lega oramai è l’unico partito sopravvissuto dai tempi della Prima Repubblica. E quante sorprese riserva.

 

Prima puntata: Angri, il padre del consigliere che investiva i soldi del clan

Dovrebbe essere cacciato dalla Lega, Antonio Mainardi, consigliere comunale ad Angri, paese dell’agronocerinosarnese in provincia di Salerno, dove si coltiva l’”oro rosso”, il pomodoro, ed è fiorente l’industria della trasformazione dei prodotti agroalimentari.
E invece il coordinatore provinciale della Lega, Mariano Falcone, ne tesse le lodi: «Ė una persona perbene, perbenissima. Lo ritengo a tutti gli effetti della Lega anche se lui ha inviato una lettera di autosospensione. Ha interrogato la Prefettura, ha presentato ricorsi, e la risposta è stata univoca: “Non ci sono profili di incandidabilità o di decadenza dalla carica”».

I giudici di Salerno hanno confiscato i beni del padre e quelli che aveva “fittiziamente” intestato ai figli, anche al nostro consigliere comunale, per un valore complessivo di un milione e mezzo di euro tra appartamenti, locali e terreni. Scrivono i giudici della Sezione delle misure di prevenzione di Salerno che le dichiarazioni convergenti di due pentiti, Pietro Selvini e Francesco Esposito, «chiarivano il coinvolgimento di Salvatore Mainardi (padre di Antonio, ndr) nell’attività usuraia del cognato Gerardo Grieco (soggetto ritenuto affiliato del clan Tempesta), nipote di Tommaso Nocera  detto “Tempesta”, ritenuto capo dell’omonima organizzazione camorristica, avente egemonia nel territorio di Angri».

Ora, anche i consiglieri di opposizione di Angri si sono posti il problema se fosse giusto che Antonio Mainardi continuasse a sedere sugli scranni dell’assemblea comunale. Prima ponendo l’interrogativo se fosse stata legittima la sua candidatura, visto che risultava che nei due anni precedenti il 2015 non aveva pagato le tasse per i rifiuti.
E il responso della Prefettura di Salerno è stato negativo, Mainardi non doveva decadere dalla carica di consigliere comunale. Poi anche il Viminale è stato chiamato in causa dal momento che è deputato ad avviare la pratica di decadenza dalla carica. La risposta è stata: «Tecnicamente non ci sono gli estremi per applicare la legge Severino sulla decadenza o anche incandidabilità. Il caso di Angri è solo un problema di opportunità».

Caso di Angri, è un problema di opportunità

Capito? Un problema di «opportunità». Seppur senza precedenti penali, Antonio Mainardi è sempre un cittadino a cui hanno confiscato i beni perché proventi di un clan camorrista che li ha affidati al padre, per investirli in usura. È “opportuno” dunque che si dimetta? Anche se il problema fosse quello che «sui figli non possono ricadere le colpe dei padri», il consigliere comunale non ne uscirebbe immacolato, perché i giudici salernitani hanno confiscato beni intestati anche a lui.
Ma il nostro è un leghista, e dunque un occhio di riguardo non può essergli negato.
Fatte le debite differenze, è come dire che la figlia di Totò Riina, incensurata, si candida e viene eletta nel consiglio comunale di Corleone. Immaginate la reazione corale dell’opinione pubblica, degli esponenti politici dell’arco costituzionale e non? Sarebbe un plebiscito di richieste di dimissioni.
Ad Angri il contesto è lo stesso: ci sono convergenti dichiarazioni di due pentiti che accusano il padre del consigliere comunale di essere un riciclatore della camorra.

In questa estenuante campagna elettorale, Matteo Salvini ministro dell’Interno ha sempre commentato arresti e retate con quello che è diventato uno slogan: «è finita la pacchia». Per ladruncoli, migranti, mafiosi, centri sociali, scansafatiche, il ministro Salvini non ha mai nascosto la sua vocazione da giustiziere. «Ė finita la pacchia», appunto, come se in tutti questi decenni repubblicani malfattori e criminali l’hanno fatta da padroni.
Ma in questo caso Salvini da ministro dell’Interno si trasforma in Ponzio Pilato: «È un problema di opportunità». E da segretario della Lega, la valutazione dell’opportunità non produce conseguenze. Insomma, Antonio Mainardi è ancora un consigliere della Lega nel consiglio comunale di Angri, anche se si è autosospeso.
Ma al di là del trionfo politico della Lega anche al Sud, quello che preoccupa gli stessi dirigenti della Lega sono tutti quelli che vogliono salire sul carro dei vincitori. E tra loro anche gente poco raccomandabile. Insomma, criminali. Il coordinatore salernitano della Lega, Mariano Falcone, non lo nasconde: «In queste settimane non sa quanti no ho dovuto dire…». E chissà quanti si non hanno potuto rifiutare?