La direttiva di Salvini per chiudere i porti alle ONG



Il ministero dell’Interno ha emanato una direttiva “per il coordinamento unificato dell’attività di sorveglianza delle frontiere marittime e per il contrasto all’immigrazione illegale ex articolo 11 del d.lgs. n. 286/1998 recante il Testo Unico in materia di Immigrazione“.

La direttiva di Salvini per chiudere i porti alle ONG

La direttiva, firmata dal ministro Salvini, è interessante perché è stata emanata mentre la Mare Jonio, nave italiana del progetto Mediterranea che ieri ha salvato 49 migranti al largo della Libia, si trova al largo di Lampedusa senza il permesso di entrare nel porto nonostante a bordo ci sia anche una persona malata, probabilmente di polmonite, e in pericolo di vita. E sin dalle prime battute svela un taglio che rende facile individuare l’obiettivo finale, ovvero proprio le Organizzazioni Non Governative.

Da un lato, sussiste l’esigenza di applicare le norme internazionali relative alla salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), la Convenzione SAR (search and rescue), la Convenzione delle Nazioni Unite di Montego Bay del 1982 sul diritto del mare, dall’altro, di evitare la possibile strumentalizzazione degli obblighi internazionali sanciti nelle stesse norme pattizie e la metodica violazione delle norme nazionali ed europee in materia di sorveglianza delle frontiere marittime e di contrasto all’immigrazione illegale.

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Salvini stesso auspica che non vengano “sottaciuti i rischi concreti che nel gruppo di migranti possano celarsi soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per la sicurezza o l’ordine pubblico”. Ovvero, l’argomento che il Viminale in occasione del caso Diciotti ha accuratamente evitato nei documenti ufficiali sulla vicenda, prendendosi la reprimenda dei giudici nell’autorizzazione a procedere inviata in Parlamento:

Nel caso di specie, va osservato come lo sbarco di 177 cittadini stranieri non regolari non potesse costituire un problema cogente di “ordine pubblico” per diverse ragioni, ed in particolare a) in concomitanza con il “caso Diciotti”, si era assistito ad altri numerosi sbarchi dove i migranti soccorsi non avevano ricevuto lo stesso trattamento; b) nessuno dei soggetti ascoltati da questo tribunale ha riferito (come avvenuto invece per altri sbarchi) di informazioni sulla possibile presenza, tra i soggetti soccorsi, di “persone pericolose” per la sicurezza e per l’ordine pubblico nazionale.

Una direttiva ad personam

Nella direttiva Salvini spiega anche che le ONG violano le regole sul place of safety, e qui il discorso del ministero si fa potenzialmente molto scivoloso, perché, come ha spiegato qualche tempo fa Marta Serafini sul Corriere della Sera, non sempre il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino al luogo ove avvengono le operazioni di soccorso. Non sono infatti considerati “sicuri” porti di paesi dove si possa essere perseguitati per ragioni politiche, etniche o di religione, o essere esposti a minacce alla propria vita e libertà:

Ad esempio, l’UNHCR ritiene che la Libia non soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro allo scopo di svolgere procedure di sbarco in seguito a salvataggi in mare, alla luce della volatilità delle condizioni di sicurezza in generale e, più in particolare, nei riguardi di cittadini di paesi terzi. Queste condizioni, infatti, contemplano la detenzione in condizioni che non rispettano gli standard – e sono stati dimostrati frequenti abusi nei confronti di richiedenti asilo, rifugiati e migranti.

Secondo un esposto dell’ASGI, il territorio libico non può ritenersi “luogo sicuro”, in quanto non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, né le principali Convenzioni in materia di diritti umani, e numerosi sono i rapporti internazionali che denunciano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti dei migranti.

Ma quello che stupisce è ciò che viene dopo. Ovvero le pagine finali, quelle in cui Salvini sembra adombrare un complotto o un accordo tra i capitani delle navi delle Organizzazioni Non Governative per portare i migranti in Italia:

direttiva salvini ong 1

Si è, altresì, riscontrato che tali condotte di soccorso e navigazione non costituiscono un evento occasionale e disposto da un competente centro di soccorso di un Paese costiero responsabile per quella determinata area di mare, bensì un modus operandi volontario che favorisce – in concreto – l’ingresso illegale sul territorio europeo di migranti soccorsi nel mar Mediterraneo.

Ovvero, in un documento ufficiale il ministero dell’Interno ritiene di poter adombrare ipotesi di complotto (e di reato) su cui la magistratura tra l’altro si è già espressa archiviando le molte inchieste che segnalavano la possibilità di un’associazione a delinquere tra scafisti e capitani delle navi delle ONG. La fantasia al potere: è proprio il caso di dirlo.

EDIT: L’agenzia di stampa ANSA ha intervistato oggi sulla direttiva del Viminale Vittorio Alessandro, controammiraglio della Guardia Costiera in pensione, secondo il quale il provvedimento del Viminale viola anche una delle Convenzioni internazionali in tema di salvataggi in mare, quella dell’Onu sui diritti del Mare (Unclos) approvata a Montego Bay nel 1982 e ratificata dall’Italia nel 1994. Alessandro ha guidato tra l’altro il reparto ambientale marino della Guardia Costiera e per 3 anni ha diretto l’ufficio relazioni esterne del comando generale: dal 2010 al 2013, gli anni delle primavere arabe e delle migliaia di sbarchi a Lampedusa. L’articolo 83 del codice della Navigazione, ricorda, prevede che sia il ministero delle Infrastrutture l’unico soggetto titolato ad interdire la navigazione nelle acque territoriali.

E che il Viminale agisce “di concerto” con il Mit solo in presenza di un pericolo per la sicurezza pubblica. Con la Direttiva, invece, “il Viminale si interpone fra il vertice istituzionale dell’organizzazione marittima e del soccorso e la competenza operativa delle Capitanerie di Porto”. Ma “non lo fa con una missiva al ministro, come sarebbe proprio in caso di supposto pericolo per la sicurezza dello Stato, non basato su ipotesi ma su cose, ma lo fa con un proprio provvedimento, come negli Stati autoritari”. Non solo. La “zoppicante circolare”, sostiene ancora Alessandro, contrasta con l’articolo 17 dell’Unclos. “Le navi di tutti gli Stati, costieri o privi di litorale, godono del diritto di passaggio inoffensivo attraverso il mare territoriale” dice l’articolo, ma nella Direttiva è scritto invece che “nel mare territoriale non si applica il principio della libertà di navigazione di cui agli articoli 58(2) e 87 della Unclos, per cui le navi straniere non godono del diritto di navigare nel mare territoriale di uno Stato costiero, ne? di accedervi senza il consenso di questo”.

E gli effetti “laceranti” della Direttiva, è la constatazione del contrammiraglio, si sono già visti la notte scorsa con l’indicazione della Gdf alla Mare Ionio di spegnere i motori. “Un ordine inaudito sotto il profilo nautico: una nave usa i motori non solo per navigare ma anche per difendersi dal moto ondoso, per mantenersi in assetto. L’intimazione di andare alla deriva su un mare agitato con onde alte tre metri è il frutto dell’accecamento prodotto dalla misura di polizia di chiudere il mare territoriale alle navi che hanno persone soccorse a bordo”. Una misura che però rischia di ritorcersi proprio contro chi l’ha voluta. “Il ministro Salvini è stato mal consigliato – conclude Alessandro – Nella maggior parte dei casi di navi trattenute fuori dal porto, fin qui le esclamazioni su Twitter si erano arenate di fronte alla disperazione delle persone a bordo. E fin qui il ministro aveva potuto sperare che ogni vicenda si chiudesse con un intervento esterno: dell’Europa, del Papa, del Presidente della Repubblica. La Direttiva è ora, invece, un muro invalicabile. E chi costruisce muri, prima o poi, ci si ritrova chiuso dentro”.

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