Spazio in Rai, alle donne il 3%, agli uomini il 97%. Boldrini: “Donne al governo in percentuali da Kabul, ma par condicio va garantita anche tra sessi”



59 secondi alle donne contro 1 ora e 41 minuti agli uomini: è il tempo di parola che il primo telegiornale italiano, il Tg1, ha dedicato agli esponenti di governo, di entrambi i sessi, nel mese di gennaio. Lo segue, a stretto giro, il Tg2 di Gennaro Sangiuliano: qui le donne dell’esecutivo hanno preso parola, in 30 giorni, per appena 44 secondi, contro un’ora e quasi due minuti dei loro colleghi uomini. Differenze che diventano ancora più macroscopiche su un canale all news come RaiNews24, 8 ore e 48 minuti a politici in cravatta (e non) contro i 18 minuti dedicati alle rispettive omologhe.

Ça va sans dire, si potrebbe obiettare, nel governo Conte le donne al ministero sono solo 5 su 18. Non è proprio così. Perché, stando sempre ai dati dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni (Agcom), la voragine che separa maschi e femmine in tv non si riduce neppure allargando la platea a tutti i  soggetti politici e istituzionali, esclusi quelli di governo: anche in questo caso le reti del servizio pubblico riservano agli uomini l’81, 40% del tempo di parola, relegando le donne a un misero 18, 60%. Gender gap mediatico: in totale, i telegiornali del servizio pubblico dedicano, in un mese, 2 ore e 24 minuti ai politici donne, contro le 21 ore e 25 riservate agli uomini.

“Dati scandalosi, la par condicio dovrebbe essere garantita anche tra i generi. Un grido di protesta dovrebbe levarsi dal sottosegretario alle pari opportunità Vincenzo Spadafora, che invece non fa nulla e non se ne preoccupa”, commenta alle telecamere di Servizio Pubblico l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, da sempre in prima linea nelle battaglie per le pari opportunità. “Si continua a riprodurre un immaginario per cui la politica è fatta solo dagli uomini. E invece non è così, per la prima volta nella storia italiana in Parlamento le donne sono oltre il 30%, ma continuano a essere oscurate”. 

Ma ad allarmare non sono solo i numeri, con la presenza femminile al governo del 17%, “percentuale che ci avvicina a Kabul, più che all’Europa, dove Parigi conta il 58% di donne nell’esecutivo e Madrid il 65%”, ma anche le minacce ai diritti. “Questo governo ha messo in fila una serie di provvedimenti veramente raccapriccianti: il disegno di legge Pillon che vorrebbe riscrivere la materia dell’affido dei figli e spinge le donne, soprattutto quelle che non lavorano, a non chiedere il divorzio, e introduce la mediazione in caso di violenza domestica, vietata dalla convenzione di Istanbul”, spiega Laura Boldrini. “E poi ci sono le minacce alla legge 194 sull’interruzione di gravidanza. Vorrebbero addirittura reintrodurre le case chiuse, superando la legge Merlin, invece che pensare ad offrire opportunità di lavoro alle donne, che sono le prime a scuola e nei concorsi. E alle ragazze cosa diciamo, rimanete a casa e sperate solo di sposarvi bene?”

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Giulia Sarti, le foto hot rubate e la legge contro il revenge porn

Il caso Giulia Sarti, la deputata del Movimento Cinque Stelle di cui, nei giorni scorsi, sono circolate foto intime sulle chat di giornalisti e parlamentari, ha posto la necessità di una rapida risposta legislativa (già presente in altri Paesi europei) al revenge porn, letteralmente la “vendetta pornografica”, ovvero la diffusione non autorizzata di foto e filmati a sfondo sessuale senza il consenso della persona ripresa. Al momento  i ddl in Parlamento per riconoscere il reato sono quattro, tre di Forza Italia e uno dei Cinque Stelle, che ha iniziato l’esame in commissione giustizia al Senato lo scorso 14 marzo. “Il revenge porn è la nuova frontiera della violenza sulle donne. Mi auguro che ci sia la volontà di accettare anche possibili emendamenti per arricchire il testo”, dice l’ex presidente della Camera, che nei mesi scorsi ha incontrato la madre di Tiziana Cantone e il padre di Carolina Picchio e ha fatto sua una petizione di 100mila firme raccolte su change.org, poi tradotta in articolato  contro il revenge porn. “È necessario pensare non solo alla sanzione, ma anche all’educazione digitale e all’assistenza psicologica delle vittime“.

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