Nichi Vendola: Tajani e la banalità del male



A che punto è la notte? Non c’è più neppure una biblica sentinella cui chiederlo! Dappertutto si vedono gli spettri più cattivi (che sono gli spettri “ideologi” della cattiveria) che invadono le nostre case con il loro concentrato, infantile e onnipotente, di rabbia, di ferocia, di odio assassino. È un’angoscia vera, quando un maestro in classe punisce e umilia un bambino di colore: quando cioè si tradisce la missione fondamentale dell’educazione.

Vuol dire che sta accadendo qualcosa di grave. Non un incidente nelle periferie dell’umanità, ma un terremoto che parte dal linguaggio – intendo dire proprio dal lessico e dal suo involgarimento – e che si propaga con le sue onde corruttrici sul senso comune, nella rete, nella quotidianità dei nostri pensieri. Più è semplificata e mitizzata la conoscenza della realtà e più semplificato e mitologico sarà il nostro vocabolario. Così si costruiscono le condizioni di assuefazione ad un programma di progressiva banalizzazione della storia, un azzeramento della capacità di discernimento e di giudizio, uno sradicamento veloce e inesorabile dell’antifascismo e dell’antirazzismo dai fondamenti delle nostre democrazie. Il pluralismo della discussione pubblica assumerà nella sua grande pancia anche i suprematisti bianchi, i negazionisti della Shoah, gli omofobi, gli integralisti di varie fedi: e se è vero che le parole costruiscono il mondo, le parole contundenti dei razzisti il mondo lo soffocano. Lo vivisezionano per controllarlo e per disciplinarlo. Lo fratturano e lo inquinano con la riproduzione seriale e videogenica dei luoghi comuni e dei miti che servono ad alimentare quella guerra civile a bassa intensità (una guerra mondiale di tipo nuovo) che viene combattuta alla frontiera ma anche sui marciapiedi delle nostre città: contro i clandestini, contro i migranti economici, contro gli stranieri, contro la presunta invasione.

Di questo volevo scrivere anche a proposito dell’on. Antonio Tajani che si esprime positivamente sul fascismo operoso e modernizzatore, quello delle bonifiche delle paludi pontine o delle grandi infrastrutture, derubricando a incidenti di percorso l’omicidio Matteotti e le leggi razziali, insomma sbiadendo poco a poco i contorni e i contenuti di una oppressione fatta sistema, di un arbitrio che si fa Stato, trasferendo quasi di soppiatto i crimini della storia (la persecuzione politica e razziale, l’abolizione dei partiti e della democrazia parlamentare, la deportazione e lo sterminio nei lager) dalla rubrica degli orrori a quella degli errori.

Volevo scrivere dell’Italietta incolta e macchiettistica che mastica e sputa la propria memoria, di quella plebe piccolo-borghese (plebe non in senso sociologico ma in senso culturale) che è figlia adottiva dei maestri di revisionismo storico e di agnosticismo etico, offrendoci racconti sulle luci e ombre del fascismo, sulla equivalenza di fascismo e antifascismo, sulla identità nazionale e i suoi nemici.

Volevo esprimermi con viva maleducazione nei confronti di chi opera con tanta avventatezza al vertice del Parlamento europeo. Perché le parole sono pietre, possono essere usate in vario modo: per costruire ponti, per lapidare persone o interi gruppi sociali. Volevo essere caustico e irriverente. Ma in verità sono stordito. Rivedo il video della strage razzista nelle moschee in Nuova Zelanda, il video game della carneficina girato in diretta Facebook e in soggettiva, con lo sguardo del killer sulle vittime che diventa il nostro sguardo, la nostra prospettiva. Il game che trasforma esseri umani inermi, urlanti di terrore, in figurine in movimento da abbattere per guadagnare punteggio. Una strage esemplare, effettuata con un’artiglieria e movenze da supereroe, implacabile nel cogliere un qualunque tremore in uno dei corpi ammassati e amalgamati nella morte, per sparare ancora, per rendere compiuta la sua missione: innaffiare di sangue il diritto-dovere alla “Convivialità delle differenze”, ripulire il nostro spazio bianco dalle macchie di colore che ne turbano l’ordine costituito, pensare alle diversità come ad una minaccia.

In questa macabra epifania del male e della sua banalità, volevo sussurrare il concetto che un’idea falsa e menzognera del passato serve per allenarsi alle odierne soggezioni nei confronti del fascino discreto dei fascismi, serve per l’oggi, per plasmare le élite e le loro retoriche, serve per sdoganare la necessità securitaria di colpire lo Stato di diritto e le sue libertà inviolabili, serve per fornire ai nuovi profeti e crociati della supremazia bianca una gran varietà di “capri espiatori” da sacrificare agli dei pagani dell’ordine e del controllo sociale.

Leggendo le frasi dell’on. Antonio Tajani ho ripensato a quel ragazzo torinese (Gobetti) che definiva il fascismo “l’autobiografia di una nazione”. Anche Tajani è l’autobiografia di una nazione. Ma ora non ho più voglia di inseguire istinti polemici. Ora siamo tutti in Nuova Zelanda, tra questi ammazzati che ci offrono uno specchio, un promemoria, anzi un video, la ripresa cinematografica di una disinibita esibizione di disumanità. La disumanità come programma politico, come ideologia dell’intolleranza, quella che turbina nelle campagne elettorali. La disumanità di Trump o quella di Salvini.

Sto immobile, paralizzato, a vedere il film della mattanza di musulmani, oppresso dalla cadenza ritmata dei passi e degli spari, da quella sua colonna sonora, da quella sua regia diligente e puntuale e da quella sua sceneggiatura ridotta al rumore delle armi e alla disperazione di chi cerca di scampare alla morte. Vedo ancora una volta le creazioni spettacolari delle lobbies del terrore, vedo la vita umana tramutata in sagoma del nemico da colpire. Sento tutte le mie parole farsi piccole e invisibili. Ci sono momenti in cui bisognerebbe solo reimparare a piangere.

La rubrica di Nichi VendolaIl dito nell’occhio” per Servizio Pubblico verrà pubblicata ogni domenica in esclusiva su www.michelesantoro.it