Clamoroso: trovata l’arma dell’omicidio Scopelliti



C’è una novità clamorosa che porterà probabilmente a riscrivere la storia dell’Italia degli inizi degli anni Novanta. E che già si intravede nella convocazione dei legali per la perizia balistica e tecnica su un fucile calibro 12 fatto ritrovare ventisette anni dopo nelle campagne di Catania.

L’arma sarebbe servita per il primo omicidio eccellente in Calabria che fu però progettato ed eseguito dai catanesi di Cosa nostra, che non informarono della fase esecutiva la ‘Ndrangheta. Stiamo parlando dell’omicidio del pubblico ministero che in Cassazione avrebbe sostenuto l’accusa nel maxi processo, Antonino Scopelliti.

E la storia che andrà riscritta abbraccia la stagione stragista di Cosa nostra che ebbe inizio, appunto, il 9 agosto del 1991 a Campo Calabro quando fu ucciso Scopelliti. E si concluse con il tentato omicidio del pentito Totuccio Contorno nella primavera del 1994.

Il 27 luglio del 2018, Maurizio Avola portò gli “sbirri” in aperta campagna, nel catanese, indicando con precisione il luogo dove cercare. Il fucile era avvolto in un tessuto colore azzurro e conservato in una busta di colore grigio che riportava la scritta “Boutique Loris”, via Imbriani 137, Catania.

La prima novità clamorosa dunque, è che dopo tanti anni uno storico pentito di Cosa nostra della famiglia di Nitto Santapaola, Maurizio Avola, ha deciso di far ritrovare nelle campagne di Catania l’arma del delitto.
Perché a Catania? Perché fu riportata a Catania, quando la ‘Ndrangheta reggina avrebbe potuto farla sparire?
È un primo punto che va fissato nella memoria. Perché, anche se la Procura antimafia di Reggio Calabria ha iscritto sul registro degli indagati una sfilza di capi delle ndrine di Reggio Calabria, la vera novità è l’iscrizione del gruppo mafioso di Catania che vede, tra gli altri, la presenza dei giovanissimi Matteo Messina Denaro e del figlio di Nitto Santapaola.

Insomma, le modalità e il luogo del ritrovamento dell’arma che eliminò il giudice Scopelliti lasciano intendere che i reggini, i “cugini” ndranghetisti, furono tenuti all’oscuro quantomeno della fase esecutiva dell’omicidio. Perché dunque Cosa nostra siciliana agì da sola e dunque violando una regola elementare della mafia, e cioè quella di chiedere l’autorizzazione per un omicidio alla famiglia, in questo caso la ndrine, che controlla il territorio dove deve avvenire l’omicidio. E quando si tratta di un omicidio eccellente è la cupola che deve dare il via libera.
Un attimo di pazienza. Dall’avviso di accertamenti tecnici non ripetibili leggiamo l’elenco dei catanesi indagati: Maurizio Avola (svela ai magistrati reggini mandanti, esecutori e movente dell’omicidio, evidentemente chiamando in causa anche se stesso); Marcello D’Agata, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Salvatore Santapaola (figlio del boss Nitto).

E poi c’è la delegazione dei reggini: Santo Araniti, Pasquale e Vincenzo Bertuca, Giorgio De Stefano, Luigi Molinetti, Antonino Pesce e Giuseppe Piromalli, Giovanni e Pasquale Tegano e Vincenzo Zito. Il capo di imputazione per i 17 indagati è quello di «ideazione, preparazione e materiale esecuzione dell’omicidio del sostituto procuratore generale Antonino Scopelliti».

Perché dunque l’omicidio? In tutti questi anni si è sempre sostenuto che fosse stato necessario per dare un segnale, per imporre alla Cassazione di “aggiustare” il processo, una volta che il governo e in particolare il ministro di Giustizia Martelli e lo stesso Giovanni Falcone che lavorava al Ministero di Grazia e Giustizia, riuscirono a impedire che il maxi processo finisse nelle mani del giudice Corrado Carnevale, magistrato ipergarantista che aveva sempre annullato le sentenze tipo quella del maxi processo.

Ora dobbiamo solo aspettare che i magistrati di Reggio Calabria ma anche di Caltanissetta (e i rapporti tra le due Procure non sono idilliaci) verifichino le “verità” di Maurizio Avola. Che potrebbero riscrivere la storia.

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