Beppe Grillo e il ministro dell’Inferno



Sputa in cielo che in faccia ti torna. Il colorito proverbio dell’Italia contadina sembra fatto apposta per dire di Beppe Grillo, l’italico eroe del vaffanculo universale, oggi rincorso dai suoi ex devoti che lo apostrofano con il medesimo sintetico concetto. Il Vaffa in fondo è stato uno spettacolare paradigma di come la magia e la violenza delle parole possa evitare la fatica dell’analisi, dello studio, della proposizione progettuale, del civile confronto critico. Vaffa è stato l’abracadabra dell’anti-politica politicante, la ninfa plebea che cacciava la casta, la virtù autoproclamata come in una setta religiosa. Fuori dal recinto dei Cinquestelle tutto era corrotto, putrido, malato, incompetente.

Il comico genovese e la sua compagnia si sono paracadutati sulla crisi sociale e democratica del Paese come le Valchirie wagneriane, aiutati e pompati dalle scelte del Pd renziano, e hanno rovesciato il banco della politica, uccidendo la Seconda Repubblica. Poi hanno cominciato a governare. Con Salvini, diciamo pure sotto Salvini. Governare è un eufemismo per dire che hanno occupato poltrone e sgabelli, facendosi i selfie alle scrivanie dove fingevano di lavorare, lanciandosi col paracadute per vedere l’effetto che fa, circumnavigando in materia di vaccini, taroccando nozioni di storia e geografia, in un caso resuscitando addirittura i protocolli dei Savi di Sion (la vera Bibbia dell’antisemitismo), diventando rapidamente l’élite più folcloristica e incolta della nostra storia repubblicana.

Oggi lo sputo torna in faccia non solo a Grillo ma a tutto il movimento, perché la perdita della verginale innocenza è stata clamorosa e repentina: gli arresti e gli indagati per corruzione sbugiardano coloro che si erano presentati al mondo come i monopolisti dell’onestà e della trasparenza. Quindi che il Vaffa li travolga come un boomerang è comprensibile. Le facce e le opere di Di Maio con il suo sorriso prestampato e il suo eloquio da calendario di Frate Indovino, dell’inetto Bonafede, della Lezzi che è una specie di decoro barocco, o del temerario Toninelli (e non c’è Crozza che ne possa emulare la vis comica): ecco, queste non sono altro che l’antropologia del nostro scontento, la polaroid del nostro regresso, un ceto di arrivisti e di arrivati senza qualità.

Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che l’irresistibile discesa agli inferi dei grillini non riguarda tanto una girandola di mazzette o altre fattispecie di cui è bene che si occupino i processi. Il vero scandalo dei Cinquestelle è la subalternità culturale e politica alla Lega, è la copertura offerta alla vigliaccheria e alla disumanità esibite dal Ministro dell’Inferno, è la quotidiana compromissione con i razzisti. Questo è peggio della corruzione. Diffamare chi va per mare a soccorrere naufraghi è come bestemmiare contro la vita e le sue prerogative. È soprattutto per questo che il cielo ha cominciato a restituirgli lo sputo.

 

La rubrica di Nichi VendolaIl dito nell’occhio” per Servizio Pubblico verrà pubblicata ogni domenica in esclusiva su www.michelesantoro.it

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