SiriStory 1 – La questione immorale



La fregatura sta tutta in quell’avverbio: moralmente. Il MoVimento 5 Stelle vuole le dimissioni di Armando Siri, sottosegretario ai trasporti del governo Conte. Anzi, di più: secondo loro «moralmente, è necessario che Siri si dimetta perché un governo che si dice “del cambiamento” non può permettersi una così grave contraddizione etica».

Ora però, siccome la Questione Morale è una cosa seria, vi racconto una storia. La storia di un “46enne, giornalista, che vanta un passato nella gioventù socialista e un’amicizia personale con Bettino Craxi”, come ha scritto l’Espresso un anno fa. C’era una volta la Media Italia, che nasceva a Milano nel 2002 per iniziativa di un certo Siri Armando – sì, proprio quel Siri Armando – e di altri due soci di minoranza. La Media Italia si occupa di produrre contenuti editoriali per altri media e per le aziende. Gli affari vanno bene, nel senso che negli anni il fatturato cresce. Crescono però anche i debiti, che arrivano alla bella cifra di un milione di euro. E a quel punto che ti fanno i soci di cui sopra?

Prima che i creditori decidano di sfondare la porta a cui bussavano da qualche tempo, i tre trasferiscono tutti i beni e gli impegni a un’altra società, la Mafea Communication, che in cambio non paga niente. Poi decidono di liquidare la Media Italia. Come liquidatrice viene nominata un’immigrata in Italia dall’isola di Santo Domingo (sì, un’extracomunitaria!) che oggi è titolare di un negozio di parrucche a Perugia.

I maligni diranno: «Una testa di legno». Anche i magistrati lo scriveranno qualche anno dopo. I fornitori, le banche, il fisco e quindi lo Stato italiano intanto rimangono a bocca asciutta perché i tre soci hanno provocato il fallimento della società «con operazioni dolose, svuotando l’azienda e omettendo di pagare alle amministrazioni dello Stato 162 mila euro tra tasse e contributi previdenziali», dice la sentenza.

Non solo. Per cercare di fregare gli inquirenti i soci hanno spostato a un certo punto la sede legale della Mafea Communication nel Delaware, ovvero il paradiso fiscale statunitense. Due sole parole: paradiso fiscale. A quelli della Questione Morale ancora non fischiano le orecchie?

La storia di Media Italia finisce con un patteggiamento. Il giudice applica a Siri e agli altri soci la pena di un anno e otto mesi. Successivamente, a Report lo stesso Siri spiegherà che patteggiare “non significa aver compiuto atti di bancarotta fraudolenta” e che lui non li ha compiuti. Poi pubblicherà su Facebook il suo certificato penale, pulito. Ma quello che Siri mette online è l’estratto del casellario giudiziario ad uso amministrativo dove è prevista la “non menzione” per le pene inferiori ai due anni. Siri avrebbe potuto pubblicare il certificato ad uso elettorale dove invece risultano tutte le condanne.

Ma a noi questo importa poco adesso. Importa invece che quell’Armando Siri – che ad oggi sulla corruzione è innocente finché un tribunale non lo condannerà – ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi per bancarotta fraudolenta. E questa storia è stata raccontata con dovizia di particolari da l’Espresso e dal Fatto mesi prima che nascesse il governo gialloverde.

E allora amici, romani, concittadini a 5 Stelle, va bene che il bene che un uomo fa in vita viene sepolto con le sue ossa mentre il male gli sopravvive (William Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II), ma davvero avete il barbaro coraggio di sollevare la Questione Morale nei confronti di Siri per un’accusa ancora da provare, mentre ve lo tenevate bello bello al vostro fianco nel Governo del Cambiamento con la storia della bancarotta su tutti i giornali? Se la questione era davvero morale, non dovevate farlo entrare. Siccome invece è soltanto ipocrisia, almeno cacciatelo ora e non se ne parli più.

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