Camilleri: “Il 25 aprile una rissa? Salvini è un ignorante con mentalità fascista. Montalbano si dimetterebbe”



Sono trascorsi 74 anni dal 25 aprile 1945. Andrea Camilleri, scrittore, sceneggiatore e regista, noto nel mondo per la saga letteraria del commissario Montalbano che è considerata una pietra miliare della letteratura italiana e mondiale, ricorda quel giorno in una lunga intervista di Giuseppe Rolli per Servizio Pubblico, da cui pubblichiamo questa anticipazione:

“Il 25 aprile del 1945 mi trovavo nella mia terra, in Sicilia. Conoscevo la libertà già dal 1943, quando gli americani sbarcarono in Sicilia nella notte fra il 9 e il 10 luglio. Ma in quei giorni stavo incollato alla radio nella mia stanza a sentire le notizie su ciò che avveniva in Italia e nel mondo, perché capivo che nel giorno della liberazione anche il resto dei miei compatrioti avrebbero goduto di quel momento irraccontabile, in cui senti cadere dei lacci e dei bavagli che fino a quel momento ti hanno imprigionato. Ho condiviso quel giorno attraverso l’udito, ascoltando tutte le notizie possibili sulla liberazione”.

Camilleri racconta poi il clima che segnò il periodo successivo alla liberazione dell’Italia dalle truppe nazifasciste e la transizione verso la democrazia:

“C’era una voglia di rifare l’Italia che faceva sognare. Anche le prime divisioni politiche, che erano forti, non potevano prescindere dal comune ideale di sgombrare le macerie e rifare un Paese nuovo”.

Oggi, mentre in tutta Europa l’emergere di nuovi sovranismi che riportano a galla i fantasmi del nazionalismo e del nazismo, paradossalmente sono sempre più coloro che invitano a non cedere all’allarmismo ogni qualvolta si riporta al centro del dibattito pubblico il pericolo di una deriva fascista:

“Io ho conosciuto il fascismo fino a 18 anni e oggi sono preoccupato” spiega Camilleri “perché sento spesso in televisione eminenti giornalisti o pseudostorici che dicono: ‘state abusando della parola fascismo perché oggi non c’è una dittatura’. Ma il fascismo, che in Italia si è manifestato sotto forma di una dittatura, è un virus mutante. Può anche non essere una dittatura, ma essere una mentalità. Non posso trattenermi dal dire che con il governo di oggi abbiamo un esempio lampante di mentalità fascista, quella del ministro Matteo Salvini. Quella è mentalità fascista., una delle forme di fascismo che può anche essere eletta democraticamente. Oggi Molti italiani rimpiangono il fascismo e si sono dimenticati in virtù della loro scarsa memoria che già prima del 1938 (data in cui vennero promulgate le leggi razziali, ndr) c’erano stati il bavaglio alla stampa, la censura sui libri da leggere, l’impossibilità di esprimere un parare personale, l’identificazione totale col capo, l’assassinio Matteotti, la morte di Gramsci, gli esili a Ventotene, gli arresti. L’italiano, e lo dico per i miei fratelli, ha memoria solo per due cose: Sanremo e la formazione di calcio della Juventus del 1930. Per il resto ha una labilità di memoria che fa spavento”.

Poi l’affondo sulle dichiarazioni del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha definito il 25 aprile “un derby fra fascisti e comunisti”:

“La nostra Costituzione è ispirata a ciò che venne a significare il 25 aprile: non fu una ‘rissa’ tra comunisti e fascisti come dice Salvini. C’erano le brigate Garibaldi comuniste, ma anche i partigiani monarchici e quelli democristiani. Dio mio, lì c’era l’Italia e tu la riduci a una rissa?  Io a 93 anni mi sento fremere di rabbia perché dicendo una frase così questo ignorante di Salvini offende i caduti di tutte e due le parti, perché i fascisti che andavano a morire giovani credevano in un ideale sbagliato, orrendo, ma ci credevano, così come i comunisti, i monarchici e i democristiani. Salvini non sa neanche il senso della parola ideale”.

Lo scrittore affronta anche il tema del linguaggio della politica, sempre più spesso degradato a insulto nei confronti dell’avversario:

“Il problema è il linguaggio. Oggi, così come è decaduta buona parte della nostra coscienza di uomini è decaduto anche il linguaggio. Bisogna cercare di ascoltare le ragioni degli altri e dopo reagire, in un senso o nell’altro. Ma se tu hai paura non discuti nemmeno con gli altri: spari, reagisci. Perché pensi che l’altro sia venuto per farti del male e allora pensi: ‘prima che me lo faccia lui lo faccio io’, ma è un modo di pensare da homo homini lupus. Come si fa a dire che uno difende le coste italiane da 77 individui, 12 bambini, 14 donne e uomini più morti che vivi per quello che hanno patito? Non si ha il senso del ridicolo?”

La chiusura è dedicata al personaggio più noto uscito dalla sua penna, il commissario Montalbano:

“Quando ci fu il G8 a Genova Montalbano meditò, nel romanzo ‘Giro di boa’, di dimettersi dalla polizia. Oggi come oggi, a limiti di età raggiunti, si dimetterebbe con molto dolore ma credo che non potrebbe convivere. Non ha fatto il partigiano, ma credo che una tessera dell’ANPI, che io mi onoro di avere, gliela si potrebbe dare”.