Tutte le “scaramucce” (e le condanne) di Casapound



Il leader di Casapound Italia Simone Di Stefano ha definito a Radio24 “scaramucce sul territorio” il pestaggio di un giovane viterbese che aveva pubblicato su Facebook una vignetta sui Fascisti del Terzo Millennio che aveva coinvolto, tra gli altri, anche Francesco Chiricozzi, oggi accusato di stupro ed espulso dal partito.

La tesi di Casapound è chiara: se c’è qualcuno che forse ha sbagliato, questo non autorizza i giornalisti-sciacalli ad “infamare gli uomini e le donne di un movimento che tutti i giorni è in strada a farsi il culo e a pagare a caro prezzo l’amore di Patria”.

E sarà sicuramente così. Ciò non toglie che molto spesso gli esponenti di Casapound vengono coinvolti in “scaramucce” che poi quegli sciacalli dei giudici casualmente trasformano in condanne. Giusto per fare un esempio: Gianluca Iannone, fondatore e presidente di Casapound, è stato condannato l’anno scorso in primo grado per lo “schiaffo futurista” (che in realtà era un cazzotto) sferrato al direttore di Caffeina Filippo Rossi. Nel 2009 lo stesso Iannone è stato condannato per aver picchiato un carabiniere in quel di Predappio.

Ma una rondine non fa primavera. E allora cosa dire di Andrea Antonini, vicepresidente delle tartarughe, che si è preso due anni di carcere in primo grado per favoreggiamento del narcotrafficante Mario Santafede? Secondo l’accusa Antonini, insieme a Pietro Casasanta, fece ottenere al latitante un documento con un falso nome negli uffici anagrafici dell’ex XX municipio, dove era consigliere. Sempre Antonini è stato condannato a 3 anni e 7 mesi (in primo grado) per aver partecipato a un blocco contro il trasferimento di alcuni rifugiati a Casale San Nicola.

Con lui c’erano altri otto esponenti di Casapound tra cui Davide Di Stefano, che nel frattempo aveva anche preso un’altra condanna per una “scaramuccia” tra le tartarughe e gli studenti di sinistra a Piazza Navona. Con lui altri 15 esponenti di Casapound tra cui Alberto Palladino. Proprio Palladino è stato condannato in via definitiva a 2 anni e 2 mesi per un’aggressione ai danni di alcuni militanti del PD.

Poi c’è proprio Simone Di Stefano, «arrestato in flagranza per il delitto di furto aggravato a dicembre 2013». Cosa aveva rubato? Una bandiera europea che sventolava su un edificio istituzionale. «Il mio arresto è come una medaglia appuntata sul petto. Quella bandiera ha per me il valore di uno straccio», disse lui all’epoca.

Infine ci sono le indagini in corso. Come quella sull’aggressione di tre militanti, tra cui un’europarlamentare, a Bari. Qui Casapound negò all’epoca ogni addebito ma intanto i giudici hanno sottoposto a sequestro preventivo la loro sede. E ci sono anche le indagini nei confronti di sei militanti che ne hanno aggredito un altro a Torino dopo che questi aveva litigato con il leader torinese dei Fascisti del Terzo Millennio.

Ma la storia più bella è quella della rissa con i centri sociali al III Municipio di Roma. All’epoca Casapound denunciò su Facebook un’aggressione nei confronti di un militante. Purtroppo l’episodio rivisto alla moviola rivelò un’altra verità: il militante era stato colpito per errore da un altro di Casapound. Ora, è inutile dire che un caso può essere un caso. Due casi, per carità, possono capitare. Tre indizi però fanno sempre una prova. E allora 3676 indizi cosa fanno, un ergastolo?

(Ha collaborato: Dario Lapenta. Animazione grafica di Lapo Tirelli)

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