Ilaria Cucchi: “Dopo 10 anni torno a credere nella giustizia ma i depistaggi continuano”



“Se credo nella giustizia? Oggi posso dire di sì”. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il giovane geometra fermato dai carabinieri il 15 ottobre 2009 e morto una settimana più tardi all’ospedale Pertini mentre era sottoposto a custodia cautelare, racconta alle telecamere di Servizio Pubblico una lotta per la verità durata 10 anni che, dalla riapertura del caso nel settembre 2015 con l’inchiesta-bis tenacemente ottenuta dai familiari, ha portato alla luce depistaggi e responsabilità ai vertici dell’Arma.

“Oggi finalmente sul banco degli imputati ci sono i veri responsabili” spiega  Ilaria “e posso dirlo seriamente perché il carabiniere Tedesco, che era presente la notte in cui Stefano è stato fermato, lo ha confessatoLe prove sono talmente schiaccianti che ancora una volta le tenteranno tutte: sento ancora gli avvocati degli imputati parlare della magrezza di Stefano; io consiglierei di lasciar perdere: non si tratta di un’attenuante ma di un’aggravante, se picchio una persona magrissima sicuramente gli faccio più male rispetto a un omone”.

Ilaria Cucchi ripercorre poi il travagliato iter processuale per far luce sulla morte di Stefano: ” Il primo processo è stato scritto a tavolino. È stato fatto sulla pelle di una famiglia perbene che si è assunta sulle proprie spalle il ruolo dello Stato. Il depistaggio ha sporcato la memoria di mio fratello, ma anche la divisa e chi la indossa. Da dove nasce il depistaggio? Ce lo dicono loro: negli stessi giorni della morte di Stefano era scoppiato il caso Marrazzo e l’Arma riteneva di non poter sopportare un altro scandalo”.

La macchina del depistaggio, in moto dalle prime ore successive alla morte di Stefano,  “prosegue nel 2015 e 2016 nell’ambito del processo  bis. Oggi  in aula c’è un pm che sta mostrando a tutti che non si fermerà di fronte a nulla e non farà sconti a nessuno. Eppure, nonostante questo, i depistaggi proseguono, perché i superiori dei carabinieri che dovranno testimoniare in aula che vanno a parlarci dicendo che se i colleghi hanno sbagliato bisogna difenderli, parlando di spirito di corpo”.

L’intervista si conclude con un auspicio: “Ci sono le mele marce ma la questione non si ferma lì. C’è un problema culturale, di mentalità. Io sono convinta che il comando generale dell’arma si costituirà parte civile nel Cucchi ter”