Libia, Mannocchi: “I migranti usati come bancomat. I traffici non si interrompono con i blocchi navali”



Quali sono le colpe dell’Italia e della comunità internazionale sull’attuale situazione in Libia? L’instabilità di questi giorni si riverserà sotto forma di nuovi flussi migratori sulle coste italiane? Francesca Mannocchi, giornalista e reporter esperta di migrazione e di carceri in Libia racconta quale sia lo scenario a seguito dell’arrivo del generale Khalifa Haftar a Tripoli, capitale e sede del governo di Fayez al Serraj, appoggiato dall’Onu.

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La Libia sembra essere molto vicina ad una nuova guerra civile, la terza in meno di dieci anni. E quella dei migranti – in realtà veri e propri detenuti in Libia – potrebbe essere l’ennesima arma di ricatto per il l’Europa e l’Italia. La vera minaccia, secondo la giornalista, è rappresentata dai centri di detenzione. Al momento l’Onu conta circa 5.600/5.700 persone nei centri di detenzione ufficiali, ovvero quelli gestiti dal governo di Al Serraj, con almeno 600 bambini.

Molti centri sono in zone interessate dagli scontri armati. Altri, “sono senza acqua e viveri da venerdì, perché bisogna attraversare la linea del fronte per i rifornimenti”. A questi migranti intrappolati nell’inferno delle carceri libiche sono da aggiungere i circa 2.800 libici, in fuga da Tripoli dove lo scontro si sta concentrando. Le colpe dell’Italia? “Aver legittimato le milizie, le uniche capaci di dare stabilità al governo voluto dall’Onu, quello di Al Serraj”.

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