La Malpasqua



“C’è qualcosa di irreale, di fantasmagorico, di straniante, nel ripensare alla parabola e alle parabole di Gesù di Nazareth, a quella ragazza-madre che lo partorì vergine e al padre che lo adottò, all’angelo che ne annunciò la prodigiosa venuta al mondo, all’estrema povertà di quella nascita in terra di Palestina, a quella storia così mediterranea (di ulivi, di pastori, di pescatori, di orti, di incenso, di mare) che ondeggia tra i miracoli della vita vera e le imposture sacrileghe e talvolta criminali dei poteri costituiti: del potere dei governanti, di quello del clero, del potere di chi ha e ,domina chi non ha, di chi sa e domina chi non sa. Quando ancora non brillava la cometa a indicare il domicilio di quella gestazione inaudita, quando ancora non risuonavano nella grotta i vagiti del neonato, già allora Gesù era una minaccia e dunque un bersaglio delle paranoie di un Potere chiuso e autoreferenziale.

 

Sempre l’infanzia è vittima del potere, in tutti i tempi, in tutti i luoghi, a causa di adulti che sanno solo adulterare e mai educare, che negano soggettività e respiro a chi è percepito come una miniatura o un oggetto di decoro, che usano i minori come merce per ogni sorta di mercato, che cercano di impedire al futuro di soppiantare la dittatura del presente. Ma quel bimbo che nasce a Betlemme,  figlio di Dio e figlio di nessuno, ancora in fasce è già in fuga con la sua “famiglia di fatto”. Verso l’Egitto: e il suo primo viaggio sarà lungo la rotta dei fuggiaschi, dei profughi, dei clandestini. Il Cristo nasce proprio così: re dei giudei e principe dei migranti. E così cammina, ricco della sua povertà, sui sentieri di Isaia: nel segno della pace  che è la sposa della giustizia, nel nome di una monarchia senza corte e senza tesori, poggiata su un trono fatto di legni messi a croce e la cui corona si rivelerà non di gemme e oro ma di filo spinato: un Regno che non appaga ambizioni mondane e che non blandisce i sudditi per carpirne il consenso. Eccolo questo paradossale Messia che trionfa nella sconfitta: trentatré anni a evocare la “cosa facile difficile a fare”, a proiettare sugli schermi dell’eternità la profezia dell’eguaglianza, ad affabulare ed ammonire, a dire della vita che sconfigge la morte, della verità che demistifica la menzogna, a raccontare di un Dio che perdona, che accoglie, che soccorre, che condivide, che spezza il pane del dolore e della speranza del mondo, di un Dio che ha il volto dei poveri e dei fanciulli, che declama la beatitudine dello spossessamento e della regalità della “condizione ultima”. E ultimo tra gli ultimi sarà lui, disperato nel giardino di Getsemani, solo e non consolabile, salvatore senza salvezza. Con la premonizione di un “finale di partita” spiazzante fino allo spasimo.

 

La solitudine del Cristo nell’ora della Croce porta a compimento il mistero dell’incarnazione: e sarà una solitudine estrema che lo spingerà fino al punto di piangere e lamentarsi per il silenzio di Dio dinanzi al suo martirio. Quel Padre non usa corsie preferenziali né marchingegni clientelari per salvare il figlio torturato e morente. E dunque il crocifisso è solo come ogni essere umano a sudare la morte su quel legno, i chiodi dell’ipocrisia e del dogmatismo clericale lo configgono e le lance dei militari lo trafiggono: e non c’è trucco, c’è sangue e tormento, c’è l’epilogo della diffamazione e dell’acrimonia che di pulpito in pulpito si erano riversati contro il predicatore “sovversivo”, c’è il responso del referendum populista (“Cristo o Barabba?”) che consentiva al potere politico di lavarsi le mani e alla folla plagiata di esibire la ferocia “democratica” con cui immolare il proprio “capro espiatorio”, alla fine c’è una spugna imbevuta di aceto a irridere alla sete del Cristo morente. Ma dopo la fine c’è l’inizio, c’è la pietra del sepolcro che rotola, c’è lo stupore e il tremore di chi nomina ciò che è irreale, o utopico, o eutopico: la resurrezione.

 

Da questa finestra millenaria, da questo evo remoto di brutalità ma anche di bellezza, mi affaccio sulla scena dei giorni che viviamo e sento uno smacco, una infinita tristezza, come se quelle storie fondanti del nostro immaginario e dei nostri sentimenti, come se quella epopea povera e luminosa che inaugura il nostro calendario e una intera grande civiltà  – il cristianesimo – non fossero altro che un repertorio iconografico di occasioni commerciali, il brand di una festosità rituale e falsa, superficiale e intimamente profana. E penso che non ci può essere pasqua di resurrezione finché esistono i lager libici e i loro sponsor europei, finché si scaveranno tombe  d’acqua mediterranea per poveri Cristi del nostro tempo, finché i Dottori delle Scritture e i loro variopinti eredi non saranno convertiti a quella verità dell’amore che è un viaggio, un pellegrinaggio, una migrazione, persino un’estasi, fuori da ogni inclinazione al fanatismo, aprendo il proprio cuore all’incontro con il multiforme dell’umano. Per esempio l’amore che naviga tra onde insidiose e divieti ministeriali con la nostra nave di volontari e di militanti del “restare umani”: la Mar Ionio, battente bandiera italiana. Solo questa pirateria della fraternità mi consente ancora di dire buona Pasqua. Certo, difficile a dirsi dinanzi ai tragici buffoni che brandiscono il Vangelo come una clava elettorale e finché tutti i Salvini del mondo non saranno restituiti al fango con cui hanno costruito il loro grande muro di paura e di odio.

La rubrica di Nichi VendolaIl dito nell’occhio” per Servizio Pubblico verrà pubblicata ogni domenica in esclusiva su www.michelesantoro.it

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