Maurizio Avola: il pentito che riscrive la storia dell’Antimafia



In altri tempi, la fine del secolo scorso, sarebbe caduta Sagunto. C’è un pentito della vecchia generazione che dopo un quarto di secolo si sveglia dal letargo e decide di riscrivere la storia dell’Antimafia. Ne ha tutto il diritto, in tempi in cui si processa una certa Antimafia, come l’ex presidente degli industriali siciliani, Montante, che ha trascinato nel fango funzionari della Dia, poliziotti e agenti segreti al suo servizio. E persino i paladini dell’Antimafia dura e pura, come il pm Nino Di Matteo con i colleghi Anna Palma e Lello Petralia rischiano l’incriminazione a Messina, se già non è stata formalizzata, per calunnia con l’aggravante di aver favorito Cosa nostra, per la gestione, ai tempi in cui erano alla Procura di Caltanissetta, del pentito Vincenzo Scarantino e delle sue dichiarazioni sulla strage di via D’Amelio (Paolo Borsellino e la sua scorta).

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E allora chi ha voglia di farsi ipnotizzare dalla riscrittura della stagione stragista di Cosa nostra, sia pronto a rimettere in discussione il dogma dei dogmi dell’Antimafia: la presenza di mandanti esterni a Cosa nostra nelle stragi di Capaci, via D’Amelio, Firenze, Roma e Milano, che per molti si identificano in entità pubbliche e istituzionali. E che invece nella ricostruzione di Maurizio Avola non esistono.

Cosa ha detto di così scandaloso il pentito del secolo scorso, catanese, autore di una ottantina di omicidi, il giornalista Pippo Fava in testa? Che i mandanti e anche esecutori delle stragi palermitane del 1992 sono stranieri, è la famiglia Gambino della Cosa nostra americana. Che mandò a Palermo un suo uomo d’onore esperto in esplosivi e telecomandi, per insegnare a lui (e a Giovanni Brusca) come maneggiare i congegni nuovi, l’esplosivo e i telecomandi che dovevano coprire una distanza di sei, settecento metri dal detonatore.

E che gli americani indicarono modalità e obiettivi dell’offensiva stragista dei Corleonesi per mandare un messaggio preciso agli “amici” di Falcone e dello “sbirro” Gianni De Gennaro che stavano processando la famiglia Gambino nella loro New York. Avola sembra rilanciare la palla nel campo di Giovanni Brusca che nulla ha mai detto sull’artificiere americano. E ha rivelato che i siciliani avrebbero dovuto assassinare il governatore di New York Mario Cuomo, del Partito Democratico, che nel novembre del 1992 avrebbe dovuto visitare Messina. E che la sua visita siciliana fu bloccata pochi giorni prima, lasciando intuire, Avola, che i Servizi segreti furono allertati da una “soffiata” dell’ala moderata di Cosa nostra catanese, Santapaola in testa, che non voleva stragi o omicidi eccellenti a casa sua.

Eppure Nitto Santapaola ha “sacrificato” suo figlio per l’omicidio del giudice reggino Antonino Scopelliti, che doveva sostenere l’accusa in Cassazione al maxi processo contro Cosa nostra. Un omicidio eccellente, il primo atto della dichiarazione di guerra allo Stato, dell’offensiva eversiva e stragista. Furono i catanesi con Matteo Messina Denaro a eseguire l’omicidio del magistrato reggino. Avola si è autoaccusato e ha accusato i mandanti e gli autori dell’omicidio. Ha fatto trovare il fucile sepolto in provincia di Catania. Ora sono in corso le perizie balistiche e dovranno passare un paio di mesi per avere la conferma che il fucile “è compatibile” con l’arma dell’omicidio.

Di verità scomode, scandalose, al limite indimostrabili e dunque non vere anche se verosimili, ieri Maurizio Avola ne ha raccontate tante nell’aula bunker di Firenze, dove si celebrava davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta il processo contro il boss trapanese Matteo Messina Denaro per la strage di via D’Amelio.

Aula bunker deserta, solo una decina di avvocati. Per tutto il pomeriggio fino a tarda sera il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci, ha tentato di non danneggiare le indagini “delicatissime” in corso a Reggio Calabria e Caltanissetta sulle dichiarazioni inedite che da un anno sta centellinando il pentito catanese.

Per tutto il giorno il tarlo non ha smesso di tormentare con dubbi e sospetti le certezze sedimentate in tanti anni di indagini e processi. Questa, proposta da Avola, è una nuova trama noir. Ecco riaffiorare la Falange Armata, una sigla che da un certo momento in poi Cosa nostra avrebbe dovuto utilizzare per rivendicare gli attentati.

In tutti i processi che lo hanno visto imputato, Avola ha avuto riconosciuti i benefici premiali per la collaborazione. Trent’anni da scontare in carcere. È lui li ha vissuti senza protestare. Ha avuto uno sconto di cinque anni di pena per la buona condotta in carcere ma ancora oggi è detenuto, in carcere per le ultime briciole di detenzione carceraria.

Ritenuto sempre attendibile dai giudici anche se negli anni i magistrati di diverse procure non gli hanno creduto su alcune vicende che ha raccontato. Anche ieri ha chiamato in causa per esempio l’avvocato forzista ed ex ministro Cesare Previti. Anche ieri, a proposito di un attentato all’allora pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, se ne è uscito con un omicidio che dovevano eseguire per fare un favore ai socialisti.

Ma poi ha raccontato appunto dei misteri degli omicidi Scopelliti e del giudice trapanese Ciaccio Montalto: «A me che esternai delle perplessità sul coinvolgimento di Matteo Messina Denaro nell’omicidio Scopelliti, il consigliere della famiglia catanese, Marcello D’Agata, mi rispose che Messina Denaro aveva già partecipato a un omicidio eccellente, quello del giudice trapanese Ciaccio Montalto, insieme a Marcello D’Agata, Aldo Ercolano (famiglia catanese, ndr) e a Mariano Agate».

In oltre cinque ore di interrogatorio, Maurizio Avola ha ripercorso un quarto di secolo di storia di Cosa nostra. Dal ruolo di Salvo Lima, che svela all’organizzazione che Falcone si stava adoperando per il buon esito del maxi processo, in Cassazione, discutendone con il giudice Scopelliti.

Accenna, di passaggio, anche allo scenario del nuovo mondo che si prepara con l’avvento di una nuova forza politica. Ma non c’è tempo per parlarne. L’interrogatorio si concentra sul ruolo di Matteo Messina Denaro, il figlioccio di Totò Riina, nelle stragi e non solo. E si sofferma, il pentito catanese, anche sul tentativo fallito di eliminare Falcone all’Addaura con un modellino di elicottero imbottito di tritolo che avrebbe dovuto alzarsi in volo e, come se fosse un drone antelitteram, telecomandato fino ad esplodere in presenza di Falcone. Un progetto fallito per l’impossibilità dell’elicottero di alzarsi in volo per il suo peso.

Per chi ha raccontato questi anni di inchieste e tormenti, processi e assoluzioni, Maurizio Avola sembra riproporre gli stessi titoli. Ma in realtà stravolge il senso di marcia della storia raccontata fino a ieri. Non è solo un vecchio killer che si avventura in un labirinto da cui si esce con difficoltà. È stato un killer che nei suoi dieci anni di appartenenza alla famiglia catanese (il vero boss, dice il fedelissimo, era Aldo Ercolano e non Nitto Santapaola) è riuscito a diventare anche capodecina reggente.

Quelle di ieri sono state le prime dichiarazioni pubbliche delle nuove rivelazioni di Avola. L’udienza finisce a tarda sera.uscendo dall’aula bunker viene spontanea una domanda: ma perché Avola che ha (quasi) finito di scontare i suoi anni di carcere ha deciso solo oggi di riscrivere la storia? Di autoaccusarsi di omicidi eccellenti e di stragi? Di chiamare in causa protagonisti, comprimari e comparse che hanno affollato quel tragico palcoscenico del secolo scorso?

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