Piccoli omicidi fra amici



Si fa fatica a passeggiare sul perimetro dell’orrore quando l’orrore abita le nostre patrie domestiche, sbuca come un ratto dalle tane della nostra routine, deposita i propri residui nei cesti della vita privata e della cronaca minuta. Si fa fatica a sporgersi sull’abisso e a guardarlo negli occhi: se pensi di metterlo a fuoco rischi poi una sorta di incendio della coscienza. Dimmi: che succede? Vedi, c’è un bambino che piange, come in genere piangono i bambini (per protesta, per bisogno di attenzione, per un qualche insondabile dolore) e poi c’è una madre che è urtata da quel pianto incontenibile, una madre che si fa rabbiosa e lo percuote e poi gli tappa la bocca, lo strige per silenziarlo, lo soffoca fino a ucciderlo. E su questa scena (una Pietà michelangiolesca all’incontrario), come uno spettatore distaccato, c’è un padre che osserva, a tratti leva lo sguardo, poi ancora guarda l’assassinio del proprio figlio per mano materna. Stabat pater, complice ma attento a non sporcarsi le mani. Ecco, una famiglia normale che risolve in modo banale il fastidio del pianto di un bambino.

Un family day sulla soglia dell’inferno, ma senza attori speciali e senza effetti speciali, un crimine senza pathos e senza colonna sonora, quasi un selfie della normalità in un momento di esuberante licenza dai fondamenti della morale umana. Povero bambino ormai prigioniero dell’eternità di un pianto senza diritti. Poveri noi, prigionieri del sospetto che questo orrore non abbia domicilio in luoghi alieni e mostruosi, ma che sia il nostro (il “mostro”) vicino di casa, che uccidere un bimbo non sia epifenomeno del paranormale ma storia sociale della diseducazione al rispetto degli altri, soprattutto quando gli altri sono più deboli, più piccoli, più indifesi e ci consentono di esercitare sui loro corpi e sulle loro anime una nostra malata onnipotenza. Dimmi: che succede? Vedi, c’è un vecchio disabile psichico, legato a una sedia, affamato, sporco, gonfio di lividi e di pianto, crocifisso giorno dopo giorno, anno dopo anno, ferita dopo ferita, dal branco di ragazzini che si divertono con questa produzione di martirio “fai da te”, che ridono dell’altrui strazio, che non hanno mai avuto occhi per vedersi riflessi nell’umanità dolente degli altri, che nella vecchiezza e nella fragilità mentale della propria vittima vedono oggetti per il divertimento social, per la rudimentale cinematografia dei cellulari, registi e attori di una agonia lenta e a puntate come una serie tv. Anche qui cosa c’è di eccezionale?

Non è la fantasia allucinata di Stephen King, ma la noia adolescenziale di Manduria, provincia di Taranto, anno del Signore 2019. Bullizzare un disabile non è forse un gioco diffuso ovunque? Giocare al tirassegno con un vecchio non ha forse a che fare con l’idea che la vecchiaia sia una sorta di patologia grottesca, una deviazione imperdonabile dall’etica dell’estetica fatua e adrenalinica del giovanilismo aitante e predatore, palestrato e narciso fino alla nausea? Ma si può impunemente torturare per anni un povero vecchio senza che nessuno si accorga di nulla, senza che nessuno senta i lamenti e ne cerchi la fonte, senza che nessuno faccia qualcosa per aprire quella porta sbarrata, senza che nessuno provi a rompere il serraglio dell’indifferenza e del farsi i fatti propri, senza che nessuno impari a recitare il Padre nostro in faccia a quel cencioso e sanguinante prigioniero dei nostri  “bravi ragazzi”? Anche qui, sappiamo che sono ragazzi normali figli di normalissime famiglie. Nostri, dunque. Non mostri. Replicanti di una mostruosità che dice di noi, di come siamo diventati, della perdita di valore e di peso specifico della vita e dell’umanità di chi è diverso dalle icone false e bugiarde della nostra criminogena normalità. Dimmi: che succede? Succede che anche la pietà è una risorsa che scarseggia.

Succede che la delicatezza della condizione umana venga lordata e lesionata dalla brutalità di chi la classifica per codici di pregiudizio, da chi la separa e se ne separa, da chi la frattura, la opprime, la nega. Succede che un bambino che piange o un vecchio che ride possano diventare i martiri inconsapevoli di una modernità arcaica e delle sue miserabili ordalie. Ma tranquilli, sono cronaca minore: piccoli omicidi tra amici.

La rubrica di Nichi VendolaIl dito nell’occhio” per Servizio Pubblico verrà pubblicata ogni domenica in esclusiva su www.michelesantoro.it