Luigi Di Maio, fascista a sua insaputa



La figura adolescenziale, la postura mistica e l’estasi oratoria lo rendono somigliante a San Domenico Savio, il prediletto di Don Bosco. Ma quando si scriverà la storia dell’ordinaria ferocia e della crudeltà industriale dei nostri anni, un posto d’onore spetterà proprio a lui: al “bravo ragazzo” di Pomigliano d’Arco, all’eroico venditore di bibite allo stadio, al leader ieratico e lievemente imbalsamato della rivoluzione grillina. Luigi Di Maio, il “gemello diverso” di Matteo Salvini.

Il suo contegno non deve ingannare. È pur vero che il discepolo prescelto da Beppe Grillo ha mimetizzato il “vaffanculo” delle origini dentro un lessico appena appena più soave e più articolato, visto il trasloco dalla piazza accaldata e ululante al Palazzo refrigerato del potere. È pur vero che il “figlio del popolo” ormai si è identificato e quasi fuso con la seriosa grisaglia dello stagista-statista il quale si erge a monumento di se stesso. Tuttavia non sfuggirà agli storici del futuro, come purtroppo sfugge a noi svagati contemporanei, che Luigi Di Maio non è un “turista per caso” nel governo fascio-leghista. Anzi, per certi versi lui è (senza volerlo, senza cattive intenzioni: per l’amor di Dio!) uno degli strateghi della crociata razzista che sta devastando la convivenza civile e inquinando lo spirito pubblico in un’Italia sempre più post-democratica.

Certo, è Salvini l’idolo di Casa Pound e di tutti i Ku Klux Klan nostrani. Ma è Di Maio, il santino a cinque stelle, che ha servito su un piatto d’argento al boss della Lega la testa mozzata delle Ong, rappresentate alla stregua di bande criminali. È lui, l’implacabile Inquisitore vestito da prima comunione, che ha aperto la stagione di caccia contro il mondo del volontariato, contro chi salva e accoglie umanità alla deriva, contro chi va per mare a pescare naufraghi. È lui, il chierichetto della liturgia populista, che ama immaginare il Mediterraneo come il Mar Morto: senza vita e senza vivi, senza navi di “corsari rossi”, senza salvagenti. È lui, il redentore della sinistra peccaminosa, che dinanzi alla violenza insopportabile delle parole sparate contro una donna e il suo bambino, colpevoli di essere “zingari” (le parole vale la pena ripeterle: “ti stupro troia”), non ha pronunciato una sola sillaba di condanna di questo schifo. E anzi ha solleticato l’umore anti-rom, giustificando la protesta di chi non tollera che una casa popolare possa essere assegnata a chi non è di etnia a denominazione di origine controllata.

Eccolo Di Maio: antifascista occasionale e fascista a sua insaputa. Occorre che qualcuno glielo dica, ha ormai varcato l’età della pubertà. Qui non sono ammesse leggerezze giovanili, qui non è in gioco il fumo di uno spinello, ma il fumo dei diritti e delle vite. Perché quello degli “zingari”, stigmatizzati e criminalizzati in quanto popolo, catalogati come geneticamente subumani, privati del diritto di essere considerati come individui e non come metafora del sudicio e del deviante, è il tipico discorso che inaugura i pogrom: ed è sempre il preludio del fascismo. Si comincia sempre con le parole alterate e ignoranti, ebbre di pregiudizio e affamate di sangue, fobiche e contundenti. Si comincia sempre con gli zingari che sono ladri di cavalli e magari ladri di bambini: tutti uguali, nessuno escluso, tutti minacciosi dell’ordine pubblico e della nostra normalità. Furono parole sugli zingari quelle che arricchirono il campionario venatorio dei nazisti e che aprirono l’abisso per mezzo milione di rom e sinti deportati nei lager del Terzo Reich. Ebrei, zingari, omosessuali, comunisti: sono i fantasmi di ieri ma anche quelli di oggi, turbano la cosmogonia malata dei cultori dell’ordine, della razza, dell’identità, della tradizione, della disciplina penitenziaria e cimiteriale. Occorre che qualcuno glielo dica! La complicità col razzismo è la forma più ributtante di corruzione.

Ma Luigi Di Maio forse ancora non lo sa, è troppo concentrato sulle percentuali elettorali e sulla propria figura. Lui più che un uomo è un busto, una atletica propensione al piedistallo: non sa che il suo sorriso da angelo sterminatore del Male purtroppo a volte non riconosce il Bene, confonde gli oggetti della sua opera di redenzione. In faccia a chi fugge dalla guerra o dalla povertà o dalla schiavitù o dalla paura dovrebbe smettere di sorridere, dovrebbe liberare il proprio cuore da quel ghigno che lo imprigiona come una paralisi del viso. Dovrebbe perlomeno imparare a piangere. Sarebbero, quelle lacrime, il primo vero gesto antifascista.