Perché Gabrielli deve difendere la polizia da Salvini



Se avesse a cuore il bene degli italiani e del Paese dovrebbe dimettersi da ministro dell’Interno.
Ma Matteo Salvini non lo farà. E così la corda della tenuta democratica del Paese rischia di spezzarsi.
La situazione è critica. Ai piani alti del Viminale, i discorsi che si ripetono e si sussurrano nei corridoi sono inquietanti. Lo scenario prossimo venturo è quello di una possibile violenza di piazza diffusa e soprattutto che questa violenza potrà essere indirizzata verso le forze di polizia, sempre di più soffocate da una strumentalizzazione politica della Lega di Matteo Salvini.
È pronta questa polizia a fronteggiare una nuova situazione di conflitti sociali e politici di piazza? È matura una opinione pubblica che di fronte a eventi traumatici riesce a non perdere la brocca? E le istituzioni sono in grado  di fare tesoro di sessant’anni di democrazia?

C’è un capo di gabinetto, il prefetto Matteo Piantedosi, che nei fatti fa il ministro dell’Interno (Salvini ha delegato a lui tutto) e nello stesso tempo il Capo del Dipartimento della Pubblica sicurezza, il capo della polizia. Insomma va ben al di là del suo mandato istituzionale, scrive circolari e direttive, convoca i capi dei vari Dipartimenti, fa promuove dirigenti che il prefetto Franco Gabrielli, capo del Dipartimento di Pubbica sicurezza aveva allontanato (non è in discussione se giustamente o ingiustamente).

Nei fatti il capo della polizia è condizionato, ha una autonomia dimezzata.
Sono ore mai vissute prima al Viminale. L’ultimo episodio è la risposta della polizia a un tweet di Roberto Saviano. Lo scrittore a proposito di Casal Bruciato, Casapound e i rom, aveva scritto: «È la polizia di stato, che sequestra striscioni e telefonini, ridotta a servizio d’ordine per la campagna elettorale di un partito. Che pena».
Ora, in un comunicato del Dipartimento, la polizia prende le distanze da questa rappresentazione: «La polizia di Stato serve il Paese e non è piegata ad alcun interesse di parte. Chi sbaglia paga nelle forme prescritte dalla legge. Che pena leggere commenti affrettati e ingenerosi per dispute politiche o per regolare conti personali».

Saviano non si tocca, naturalmente. E però in questo comunicato si coglie una insofferenza latente nei confronti del ministro Salvini. Nella riaffermazione che la polizia non è di parte, che le responsabilità sono individuali e dunque chi sbaglia paga. Che i “critici” farebbero meglio a indirizzare i loro strali verso Salvini e non la polizia.

Proviamo a decifrare meglio l’oggetto del contendere. La deriva, lo scivolamento della polizia verso il linguaggio e il comportamento “leghista” viene avvertito attraverso i tre ultimi episodi: l’annuncio del questore di Prato di denunciare l’Anpi che l’aveva fischiato – insieme alla prefetta per avere autorizzato (a marzo) la manifestazione di Forza Nuova – nel giorno della Liberazione, del 25 aprile; lo striscione «questa Lega è una vergogna», fatto sparire da una solerte polizia; il cellulare del selfie impertinente con il ministro (com’era la storia dei terroni di merda?).

Come stanno le cose? Questo capo della Polizia ha chiesto alla prefetta di Prato di intervenire prendendo le distanze dal questore, e infatti la prefetta l’ha ridicolizzato: «Ma quale denuncia. Nessuno sarà perseguito……quella libertà che ho cercato di fare rispettare autorizzando il corteo del 23 marzo cerco di farla rispettare anche per i fischi che ci sono arrivati. Essere attaccati per avere osservato la Costituzione per me è un onore».
Anche il poliziotto più lealista del re che ha sequestrato il cellulare del selfie impertinente passerà dei guai perché il suo troppo zelo salviniano sarà censurato.
E lo striscione «Questa Lega è una vergogna» rimosso dalla piazza dove poco dopo avrebbe dovuto parlare Salvini? Ha tanti precedenti.  A Livorno, i pompieri hanno rimosso striscione contro l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti. Rimosso a Cuneo uno striscione Casapound contro il Papa. A palazzo Grazioli, residenza di Berlusconi, rimosso lo striscione “È colpo di Stato” . Insomma, si rimuovono “provocazioni” che potrebbero avere delle conseguenze anche per l’ordine pubblico.

Tutto questo è vero. Ma perché si respira questa aria di divorzio tra una parte dell’opinione pubblica e la polizia? Che sta succedendo? Perché il capo della polizia non rivendica con più forza il dovere di preservare le stesse forze di polizia da possibili identificazioni con una parte politica, la Lega, e i suoi alleati di estrema destra?