Il caso Siri e la dignità che manca a Salvini



Matteo Salvini non vuole rispondere alle domande su Armando Siri. Con la raffinata tecnica del Coniglio Mannaro, il ministro dell’Interno tende ad aggredire cambiando discorso chi gli chiede del destino del suo sottosegretario dopo l’annuncio di Conte, al puro e precipuo scopo di prendere tempo e far passare ‘a nuttata delle Europee. Eppure ci sono due argomenti, uno a suo favore e uno a suo sfavore, che invece dovrebbero spingerlo ad agire, e in fretta. Prima che la situazione precipiti.

Il primo argomento, quello squisitamente giuridico, è stato spiegato dal costituzionalista Massimo Luciani al Corriere della Sera: per sfiduciare un sottosegretario non esiste una procedura delineata, quindi bisogna rivolgersi alla prassi giuridica.

E siccome la legge dice che «i sottosegretari vengono nominati con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, di concerto con il ministro competente, sentito il Consiglio dei ministri», per annullare la nomina serve un atto giuridico uguale e contrario. Questo significa che l’eventuale voto del Consiglio dei Ministri non basta per mettere alla porta Siri. Anzi, di più: il voto non è di per sé determinante, proprio perché la formula della legge prevede un semplice parere del CdM.

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Per sancire l’addio del sottosegretario alla poltrona ci vuole un decreto del presidente della Repubblica. E non si tratta di un atto formale, perché i poteri del Quirinale, quando si tratta di mettere una firma, non lo sono mai.

Certo, si dirà, c’è un precedente: quello di Vittorio Sgarbi, il quale, entrato in contrasto con il suo ministro Giuliano Urbani nel 2002, si vide prima revocare le deleghe – esattamente come Siri – e poi, visto che non se ne voleva andare, la sua nomina venne cancellata dal CdM. Ma all’unanimità, mentre in questa occasione il giorno del CdM – che dovrebbe essere l’8 o il 9 maggio secondo Di Maio, che però dimentica che è il PresDelCons a decidere il giorno – dovrà registrare il dissenso politico della Lega, in qualsiasi forma si sostanzi: attraverso l’astensione, l’assenza o il voto contrario. E quindi c’è un bel guazzabuglio giuridico che consiglierebbe prima di tutto prudenza. Anche e soprattutto al MoVimento 5 Stelle, che farebbe bene a eliminare l’ipocrisia che lo porta a nascondersi dietro la figura di Conte.

Il secondo argomento invece è più politico, ma rischia di sconfinare nel penale: nella conferenza stampa convocata per tagliare la testa a Siri il premier Conte ha detto che non vuole ergersi a giudice del caso e che per lui vale il principio del garantismo. Ma, riferendosi ai contenuti dell’inchiesta della procura di Roma e in particolare al famigerato emendamento per l’eolico che sarebbe stato proposto dalla Lega su input di Paolo Arata, che nell’ipotesi d’accusa di Palermo è considerato un prestanome di Vito Nicastri, a sua volta oggi imputato di concorso esterno in associazione mafiosa con l’accusa – gravissima – di aver finanziato la latitanza di Matteo Messina Denaro, Conte ha detto anche altro. Ovvero: “Ho sempre rivendicato un alto tasso di etica pubblica per questo governo. E’ normale ricevere suggerimenti per l’introduzione di nuove norme, ma come governo abbiamo la responsabilità di discernere se quelle norme hanno il carattere della generalità e della astrattezza” o se riguardano “il tornaconto” di qualcuno. Nel caso di specie, la norma “non era generale ed astratta” e non disponeva una parità di “chances” per il futuro. Per questa ragione ho valutato l’opportunità delle dimissioni”.

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E qui sta tutto il punto della questione. Perché, con la sua dialettica involuta e forzatamente diplomatica, Conte ha fatto il processo ed emesso la sentenza nei confronti di Siri in conferenza stampa a Palazzo Chigi, visto che ha già sancito che Siri ha fatto presentare il famoso emendamento perché Arata gli aveva detto di farlo. Questa però è l’ipotesi dell’accusa, non la sentenza di un giudice. Anzi, a voler essere cattivi, si potrebbe anche ipotizzare che con queste sue parole Conte abbia ipotizzato a carico di Siri un reato diverso dalla corruzione ma pur sempre un reato: il traffico di influenze illecite. Non male per uno che ha cominciato la conferenza stampa professando il suo innato garantismo, no?

Ma al di là delle questioni giuridiche, il punto è politico ed è qui che Salvini dovrebbe svegliarsi e tirare le somme: il M5S, attraverso il premier, ha appena condannato un esponente di primo piano dell’alleato di governo, senza il quale l’attuale esecutivo non esisterebbe. E allora cosa aspetta il Capitano a mollare tutto sbattendo la porta? O forse ha ragione chi dice che Parigi val bene una messa, e una poltrona val bene anche la dignità?

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