Il fascista diffuso e la sinistra sfusa



È sbocciata la stagione estrema e polifonica del “fascista diffuso”: un po’ inverno della coscienza, un poo’ autunno della memoria, un po’ primavera della tradizione, un po’ estate dell’intolleranza. È il tempo della rivincita del cattivo e della sua retorica “radical-choc”, del suo revisionismo spigliato e aggressivo, della sua campagna d’odio esibito e “militante” contro le diversità e contro la ricchezza interculturale della conoscenza, della mescolanza, dell’abbraccio che rende solidali e fraterni i membri dell’unica razza umana.

Si, ho capito, ho capito: quella che si è celebrata nelle urne delle elezioni europee anno del Signore 2019 non è la spinta verso la dittatura fascista. Tuttavia rappresenta un rumoroso congedo dalla democrazia novecentesca, lo sdoganamento istituzionale di quella semantica dell’indicibile che azzanna al collo i diritti e la carne delle persone, la sterilizzazione e la messa ai margini dell’antifascismo, la decapitazione in piazza del sentimento della laicità della politica. Diciamo così: se non c’è un ritorno al fascismo, c’è perlomeno un ritorno del fascista: c’è la “normalizzazione del fascista”, la sua interiorizzazione, il suo straripare dai media fin dentro la camera oscura della vita privata di tutti. Le parole sui migranti sono l’abbecedario di un mondo nuovo, di una Forza Nuova anche se piuttosto arcaica, sono l’annuncio di una modernità primitiva e punitiva, sono il codice di riconoscimento di un identitarismo tribale e ideologico, sono i veleni iniettati, giorno dopo giorno, nelle vene di una quotidianità già turbata e ferita dagli effetti della crisi.

Prima i bianchi, prima gli italiani, prima quelli di su, prima i maschi, prima la famiglia, prima la nazione: nella dispensa dei primati trovano rifugio elettorale quelli che non sanno più decifrare la natura della propria paura. L’uomo nero è un lupo. L’offerta politica diventa la panciera per il basso ventre di una società frammentata e assediata dal sentimento di insicurezza: e invece di colpire la causa sociale di questa insicurezza, e cioè di colpire la diseguaglianza e i suoi derivati, si colpiscono le sue vittime più povere, la moltitudine che fugge dalla guerra, dalla fame, dal deserto che avanza spezzando economie e comunità. Ed ecco che si compie un grande sortilegio sotto i nostri occhi ciechi: la diseguaglianza si trasforma nella risposta ai nostri problemi, non è più il male ma è l’antidoto al male, basta una flat tax per capovolgere il senso della realtà e il senso della giustizia. Il fascista si fa senso comune, si fa consenso culturale. La cultura liberale oggi diviene un cimelio d’antiquariato.

Il fastidio per le minoranze e per le avanguardie sociali si trasforma poco alla volta in legittimazione istituzionale del principio di discriminazione tra gli esseri umani. Il primato dei diritti individuali soccombe dinanzi alle esigenze politiche del “sorvegliare e punire”. Insomma si rovescia l’ordine del discorso di ciò che è stato il fondamento civile e giuridico del patto che ha fatto progredire una comunità nazionale e un intero continente uscito macellato da due guerre mondiali e dall’orrore indicibile di Auschwitz. La banalità del male si fa partito, vuole farsi Stato, scatena i propri istinti disciplinari contro la libertà della donne, legittima l’omofobia e la transfobia, irride al sapere scientifico e al pensiero critico, gioca a criminalizzare la complessità sociale, rivendica il comando dei suprematismi (etnici, religiosi, di genere).

L’uomo nero fa davvero paura. Perché la paura lui l’annuncia, la convoca al centro del dibattito pubblico, la governa con il suo vitalismo repressivo, la usa come il proprio principale bancomat elettorale, la sniffa nei talk show, la esorcizza con il rosario. L’uomo nero è l’élite che si fa plebe e libera gli animali spiriti di tutte le culture reazionarie: dal razzismo al sessismo maschilista, dal clericalismo al nazionalismo. L’uomo nero ovviamente è un uomo bianco, bianchissimo, tendenza ariana, è un uomo-maschio che però talvolta è di sesso femminile ma non è un ermafrodito: è Giovanna D’Arco, è Marine Le Pen, è il patriota Giorgia Meloni, insomma è uno stile, una tradizione, un mito. L’uomo nero è una invenzione dello spirito, cioè una costruzione egemonica, un genere letterario che irrora la politica degli umori sporchi di chi non ha più trovato la sinistra nel domicilio del dolore sociale. Non so se ho tre narici o sono un terrapiattista, ma penso che sia stia dimenticando che fu la lotta di classe, nelle fabbriche e nelle campagne, a educare alla convivenza e alla civiltà repubblicana, fu la coscienza di classe che fece barriera al razzismo: mettendolo nudo dinanzi alla realtà, demistificandolo, svelandone non solo l’indole molesta ma anche l’obiettivo più strategico, quello che vorrei denominare: la Grande Sostituzione. Non quella delle teorie complottistiche che paventano il “genocidio bianco” come conseguenza dell’invasione africana e musulmana. No, non quella brandita come minaccia globale dall’internazionale nera e neocatecumenale di Steve Bannon. Non quella dell’ignota alterità (il nero, il rom, il gay, il disabile) che ci assedia: e più precisamente che assedia non la nostra ricchezza quanto piuttosto la nostra fragilità. Sostituisce lo Stato di diritto con il diritto dello Stato a discriminare, toglie giustizia in cambio di vendetta, privatizza il monopolio legale della forza e della conseguente violenza: ci arma di una neo-lingua semplificata e feroce, impasta la sua sintassi esuberante con la farina grezza del plebeismo piccolo-borghese.

La sinistra, in tutte le sue espressioni, ha smesso di essere la bussola che orienta, il discernimento, la restituzione del senso e della natura della ingiustizia. Più che una voce, la sinistra è stata un rumore di fondo nella esistenza di pezzi grandi di società. La sinistra moderata chiusa nel recinto di un riformismo anemico e spesso subalterno al pensiero neo-liberista, , quella radicale oggi schiacciata dal voto utile oltre che dalle proprie intestine contraddizioni, la sinistra sparsa e nomade che resiste allo tsunami dell’uomo nero: insomma le sinistre, tutte, oggi hanno il dovere di condividere una riflessione seria e profonda sulla condizione del Paese, una ricognizione direi leopardiana sul “costume degli italiani”, un’analisi direi gramsciana sulla potenza egemonica della neo-lingua fascista, una lamentazione direi pasoliniana sulla perdita di umanità dentro i roghi simbolici (talvolta anche reali) che l’uomo nero appicca nelle piazze virtuali dei social e dei media, ma anche nelle piazze delle città assediate dai fantasmi.

La sinistra, se vuole essere cognizione sociale e discernimento politico, se vuole essere alternativa credibile al carisma populista dell’uomo nero, deve innanzitutto capire dove vuole stare: vuol stare nel mondo delle verità liquide e delle paure solide, a inseguire la destra, a mimetizzarsi nella deriva securitaria, a difendere magari la sacralità dei vincoli di bilancio e ad allearsi con lo spread? Oppure vuole liberare la propria narrazione (che è agenda di governo ma anche visione del mondo) ripartendo dalla critica radicale di un modello sociale che mercifica il lavoro, stupra l’ambiente, divide l’umanità, precarizza la vita? Io spero che sia questa la traccia della discussione e del lavoro politico e culturale che impegnerà le sinistre italiane. Siamo dentro una notte buia. Il cammino è lungo e accidentato. Non possiamo più consentirci alcuna presunzione e alcuna ingenuità.