Vi spiego perché vorrei salvare l’Unità



Vorrei raccontarvi da dove nasce il mio interesse per l’Unità. Mio padre la domenica che non lavorava vestiva il suo abito più elegante, comprava l’Unità e la piegava in modo che tutti potessero leggere la testata che gli sporgeva dalla tasca mentre passeggiava sul corso con i colleghi ferrovieri. Il primo maggio sfilava con l’Unità; a votare ci andava con l’Unità; e certe sere lo vedevi assorto nella lettura dei resoconti del comitato centrale. Non era un militante e non gli piaceva la disciplina di partito ma l’Unità era comunque il suo giornale. Prima di fare il macchinista lavorava in una fabbrica metalmeccanica a Milano e si precipitò con gli altri operai a mettere in salvo le macchine dai bombardamenti degli alleati. E sono sicuro che avrebbe rischiato la vita per salvare l’Unità.

Io invece l’Unità non l’ho sempre amata. Da ragazzo la trovavo noiosa e distante dalla mia idea di Rivoluzione. Negli anni della contestazione la leggevo soltanto dopo le elezioni e le notti passate a guardare i dati del Viminale che scorrevano con insopportabile lentezza sul televisore. Entrai nel PCI non per convinzione, ma solo per mettermi in salvo da quella orribile tentazione di impugnare una pistola che ha affascinato e rovinato la vita a tanti della mia generazione. Mio padre, ad ogni modo, disapprovò: “Per fare politica non serve una tessera; devi prima laurearti, trovare un lavoro e farti una posizione”. Né gli piaceva che andassi a diffondere il giornale nei quartieri popolari.

Nel movimento studentesco ero un leader ma non avevo voluto incarichi da dirigente. Le porte sbattute in faccia, le parolacce che mi lanciavano dalle finestre, salire e scendere rampe di scale all’infinito, non mi avviliva. Avevo voglia di impegnarmi solo in piccole e semplici cose: attaccare manifesti, distribuire volantini ai turni delle fabbriche e, appunto, vendere l’Unità. Cambiavo di continuo zona e quartiere; conoscevo edili, operai della Standard, casalinghe, disoccupati, ladri, contrabbandieri, come si diceva allora, proletariato e sottoproletariato. L’Unità era il pretesto; il testo erano le pagine della loro vita che mi scorrevano sotto gli occhi. E, grazie a un giornale che una volta non mi piaceva, il mio modo di vedere le cose giorno dopo giorno cambiava.

Non sono mai arrivato a condividere del tutto la linea del Partito, il compromesso storico, il centralismo democratico. Ero un eretico che si sentiva ormai parte di una grande famiglia alla quale non voleva rinunciare. Questo sentimento mi rendeva più maturo e più distante dall’estremismo dei gruppi extraparlamentari. Il PCI mi appariva come una grande forza irrinunciabile ma sempre in ritardo nel comprendere come stessero cambiando le cose. In ritardo su come si trasformava il lavoro in fabbrica, in ritardo sull’importanza della televisione, in ritardo sulla democrazia interna.

Cominciai la mia attività giornalistica collaborando a un periodico di area, la Voce della Campania, una cooperativa di fatto controllata dal PCI con tanti lettori e molti debiti. Fui tra i primi a sostenere che non fosse necessario a un partito possedere giornali e che potesse perfino diventare dannoso. Il Partito Comunista era una grande forza e la stampa comunista una grande scuola di giornalismo ma il tempo dell’antistato era finito definitivamente con il crollo del muro di Berlino. Purtroppo dopo che Berlinguer coraggiosamente ruppe con l’Unione Sovietica, da Mosca continuarono ad arrivare finanziamenti occulti per salvare Paese Sera. Una macchia e una contraddizione che si sarebbero dovute evitare. Per me soltanto l’Unità non doveva essere ceduta a editori puri ma doveva appartenere al pubblico dei lettori. Il resto bisognava venderlo e in fretta. Ma sulla necessità di rendere indipendenti dal partito giornali e tv non c’erano molti altri d’accordo con me. Soprattutto quelli che oggi, ottimi giornalisti per l’amor di Dio, firmano per grandi giornali.

Poi il Partito Comunista finì e si creò un vuoto che, come intuì Norberto Bobbio, non è stato ancora colmato. Vennero Occhetto, D’Alema, Prodi, Veltroni, Franceschini, Bersani e iniziò la stagione del gattopardismo dei gruppi dirigenti, il cambio affannoso di simboli e sigle, l’ammucchiata difensiva di ciò che restava dei vecchi partiti e il trionfo finale dei portaborse. Il partito di massa scomparve dalle fabbriche e dai quartieri e si trasformò nel partito dei gazebo una tantum. I segnali lanciati dalla società civile vennero ignorati: i referendum, le elezioni di Milano e Napoli e, in ultimo, il Movimento 5 Stelle, che da grande occasione per i partiti di rinnovarsi si trasformò, per la loro ostilità al cambiamento, in un partito contro i partiti. Si arrivò a Renzi non per convinzione ma per disperazione. Oggi sappiamo che era uno che ha pensato di andare oltre Marx avendo letto qualche numero di Topolino ma agli inizi parve anche a me pieno di buona volontà, dinamico e animato da energia positiva.

L’Unità nel frattempo aveva interrotto completamente le pubblicazioni. Pensando di dover fare qualcosa, sono andato dal suo tesoriere poi diventato l’onorevole Bonifazi: “Un giornale non esiste senza un pubblico. Vorrei provare a convincere migliaia di persone ad aderire alla campagna «Ricompriamoci l’Unità». Ma dovete essere tutti d’accordo, Renzi , D’Alema, Letta. Se riesco a mettere insieme ventimila abbonati mi date il via libera e riportiamo il giornale in edicola”. Mi guardò con la solita aria di superiorità che hanno i politici. “Daremo la testata, il marchio, l’archivio e le Feste dell’Unità a una Fondazione. Tu potresti anche fare il direttore ma il Partito si riserverà il diritto di nomina e la scelta della linea politica”.

Insomma, eravamo di nuovo ai tempi di Togliatti ma senza Togliatti. Con un’altra significativa differenza: allora il quotidiano era l’organo dello stato che non c’era, del mondo che doveva venire, adesso volevano farne uno strumento di pura propaganda. Venni a sapere che si era trovato un editore compiacente, la società di costruzione Pessina, che aveva staccato subito un assegno per pagare i debiti delle precedenti gestioni. Conoscenza dei giornali zero, vicinanza al movimento operaio zero, ex berlusconiani in libera uscita, dieci milioni versati per comprare un giornale decotto. In compenso la testata, il marchio e l’archivio storico, che dovevano restare al sicuro nella Fondazione, divennero proprietà del nuovo editore.

Venne nominato un direttore con il compito di adulare Renzi, come se fosse Stalin, e le vendite in edicola si ridussero a poche migliaia di copie. Siccome anche i renziani più convinti si rifiutarono di comprarla, l’Unità chiuse di nuovo. Se volete avere un’idea dell’amministratore delegato, Guido Stefanelli, c’è una foto eloquente che gira in internet. Lo ritrae colorato e felice con la Boschi. Vado a trovarlo. “Dottor Stefanelli, trovo io i capitali per stamparlo per due anni e ci lavoro gratuitamente. Rimettiamo insieme la redazione e riportiamo l’Unità in edicola. Sono in tanti quelli che aspettano un segnale di speranza. E il ritorno de l’Unità, in questo momento, solo col nome, è già un programma”.

Come è finita lo sapete: da mio padre a Renzi, da Renzi a Pessina e infine da Pessina a Maurizio Belpietro. Insomma, a decidere il destino del giornale di Gramsci dovrebbe essere uno che considera Salvini l’uomo del destino. Per fortuna Gramsci e mio padre sono morti. E di fronte a questo schifo siamo in tanti a non sentirci troppo bene. Ma che facciamo? Sopportiamo? Oppure reagiamo? Perché se c’è un momento per far nascere qualcosa di nuovo è questo. Ho deciso di scrivervi per dirvi che io ci sono. E voi?

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