Malta è il regno del malaffare. Ma l’Italia fa finta di niente



È diventata la peggiore sentina di una Europa opaca e criminale. E in questa sentina si depositano gli indicibili proventi di traffici illeciti e criminali. Non solo il Vaticano affida l’obolo di san Pietro a società che hanno sede a La Valletta, ma stiamo scoprendo oggi che Malta è sempre stata una calamita per trafficanti di droga, di sigarette di contrabbando e adesso di riciclaggio, attraverso il gioco on-line.
La notizia è che ci sono venti rogatorie che rischiano di essere soffocate sotto un tappeto di indifferenza e silenzi.
Cosa nostra e la ‘Ndrangheta sono stati gli ospiti d’onore dei gran galà dei produttori di tabacco, di cocaina e di slot machine che si davano appuntamento nei grandi alberghi della ex colonia inglese.
Ricorda la Cuba di Batista, prima della rivoluzione castrista.  Ministri e burocrati maltesi si sono sempre spartiti le tangenti, le percentuali sui traffici illegali trasformando l’isola in un impunito paradiso fiscale.
Impressiona e disarma il silenzio delle nostre istituzioni. Perché il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio non segnala a livello europeo la presenza di uno Stato canaglia all’interno dell’Unione? E perché quello della Giustizia, Alfonso Bonafede, di fronte a un atteggiamento strafottente fatto di silenzi o di richieste di chiarimenti – che da da tre anni vede il governo maltese respingere le nostre richieste di collaborazione giudiziaria – non denuncia pubblicamente questa inerzia?
Per anni abbiamo combattuto i traffici di droga, di armi, di sigarette di contrabbando (e di merce umana, i clandestini) provenienti dal Montenegro e dalla Albania. E abbiamo guardato alle spedizioni colombiane o messicane di cocaina dirette in Europa. E temuto i paradisi fiscali – dalle isole caraibiche alla Svizzera, dagli Stati off shore dei Mari del Nord all’Estremo Oriente – dove i broker delle società criminali e illegali riversavano imponenti capitali da riciclare, impoverendo le casse dello Stato.
Sentivamo i respiri, i battiti del cuore di trafficanti e mediatori, registravamo gli incontri tra gli eserciti di spacciatori e organizzatori dei traffici maledetti. E abbiamo fatto centinaia di blitz e di sequestri di quintali e quintali di polvere bianca, di cocaina. E arrestato trafficanti e spacciatori.
Ma nonostante questo Malta è rimasta in un cono d’ombra per decenni. Solo adesso, dopo l’autobomba che il 16 ottobre del 2017 ha ucciso la giornalista blogger Daphne Caruana Galizia, qualcosa si sta muovendo, a livello di opinione pubblica internazionale.

Scrive Paul, il figlio della coraggiosa giornalista saltata in aria, nella introduzione del libro “Dì la verità anche se la tua voce trema”: «Il crimine a Malta è organizzato non tanto da famiglie o bande ma dai politici e, grazie al patrocinio di questi ultimi, dai maltesi».
Non ci siamo accorti, non abbiamo voluto accorgerci, che a cinquantadue miglia marine dalle coste siciliane, a Malta appunto, sono fioriti traffici criminali tra La Valletta e le mafie italiane. Per essere chiari, pezzi delle istituzioni maltesi hanno organizzato i traffici di sigarette e droga, e condiviso con le nostre mafie i proventi, le percentuali degli affari criminali. E oggi del gioco on-line.
Ha ragione il figlio di Daphne Caruana Galizia quando denuncia gli intrecci tra la politica locale e il malaffare internazionale. Noi non  abbiamo voluto vedere quanto fossero strette le relazioni criminali dei vari governi che si sono succeduti in questi decenni a Malta e l’economia illegale e mafiosa.
È impressionante leggere le analisi dei nostri apparati di contrasto al crimine: «La Repubblica di Malta rappresenta uno degli Stati dell’Unione Europea dove si sono inserite le organizzazioni mafiose italiane  per sfruttare le enormi opportunità che l’isola offre per il riciclaggio dei proventi illeciti vista la permissiva legislazione fiscale e societaria che, di fatto, la rende un vero e proprio paradiso fiscale posto a pochi chilometri dall’Italia».