CORONADELIRIUS “Oggi è il giorno dopo”



Gli strateghi che si fronteggiano sul coronavirus hanno in mente due possibilità. La prima, come ricorda efficacemente su “La Stampa” di oggi il filosofo sloveno Zizek, assomiglia abbastanza alla vecchia teoria nazista “lasciamo pure che i vecchi e i deboli muoiano perché così la nostra nazione diventerà più forte e vigorosa”. La seconda si nasconde dietro gli striscioni del “tutto andrà bene” e ci invita a lasciar fare ai medici e agli scienziati. Sono due versioni del capitalismo: una barbara, che mette al primo posto la produzione rispetto agli infermi, una compassionevole che non vuole sacrificare nessuno ma aspetta che passi la tempesta per cominciare a vivere come prima. I nostri politici, in crisi di autorità, come direbbe Garcia Lorca, si travestono da scienziati per non farsi riconoscere. A Salvini, per esempio, ieri da Formigli mancava la felpa con la scritta “Croce Rossa”. Ma la critica, il dibattito, il confronto sono più necessari di prima. Quelli come noi che non credono nelle due fasi (prima la cura sanitaria, poi quella sociale) e, nello stesso tempo, trovano ripugnante l’idea di sacrificare le persone più fragili sull’altare del profitto, pensano che questa non è una guerra che si debba combattere obbedendo e senza discutere. Al contrario questo è il momento in cui si deve avere il coraggio di pensare. Perciò è tanto attesa quanto insopportabile  la conferenza stampa delle diciotto della Protezione Civile. Non un’analisi qualitativa di ciò che sta accadendo e di cosa si sta provvedendo a fare ma un freddo elenco dei numeri dei morti, guariti e contagiati, che oggi si scopre perfino inattendibile. Senza parlare del fatto che chi cerca di porre una domanda, magari sbagliata ma non scontata, viene redarguito con insopportabile aggressività. “Un Paese o perfino il mondo – dice Ziziek – non possono pensare di vivere all’infinito nell’isolamento”. Si può ricominciare gradualmente a vivere in modo diverso dal passato? A questa domanda non sono i medici ma i politici che debbono dare una risposta. Il dopo comincia adesso o non comincia. Bisogna inventare un nuovo modo di produrre (priorità ai beni necessari per battere il virus, turni più corti, classi di età impiegate prima, categorie); ritornare a scuola senza creare affollamenti, forse a giorni alterni, rivedendo le classi e lasciando a casa la parte più a rischio del corpo docente; sviluppare la ricerca con risorse inedite; rivedere l’organizzazione sanitaria preparandosi a nuovi possibili scenari di crisi; creare case per gli anziani integrate nel quartiere dove hanno vissuto e dove vivono le loro famiglie;  pensare a chi fra poco avrà il problema di sopravvivere. Tornare alla centralità dello Stato. In Lombardia come si è distribuita l’emergenza sanitaria tra pubblico e privato? Le strutture private convenzionate hanno dato un contributo in proporzione alle risorse che ricevono? Oppure, quando non c’è da arricchirsi, è sempre il pubblico che deve farsi carico di tutto di più? Pare che i ricchi abbiano accumulato farmaci di ogni tipo, mascherine e macchine per respirare. Ma questo virus non si ferma pagando. E se anche stavolta le cure non fossero per tutti può essere che chi sta sotto non si accontenti di spiare le ville su Instagram e voglia visitarle di persona. “E so’ mazzate”.

Michele Santoro, 27 marzo 2020