CORONADELIRIUS “L’aria che infetta”



La verità è che comanda ancora una volta la paura. I media hanno trasformato in patrioti gli italiani terrorizzati dal virus e in disfattisti i pochi che rimangono a porsi delle domande. Anche Panebianco sul Corriere della Sera chiede oggi alla politica di non nascondersi dietro il camice bianco dei medici e degli scienziati. Temo, però, che sia troppo tardi e che i buoi siano scappati dalla stalla. Continuiamo a procedere a casaccio, ignorando il numero dei morti, senza studiare i dati e verificare le ipotesi che andiamo formulando. Non ci avevano detto che i treni partiti per il sud avrebbero diffuso la peste? La Lucarelli, allarmata, si era sdraiata col telefonino per filmare quei  terroni irresponsabili che, avendo perso il lavoro e senza soldi, dovevano starsene a Milano. La previsione era sbagliata. I giornali stamane sono pieni di  foto dei napoletani per strada, “i napoletani come gli svedesi”. Ieri sarebbe stato un complimento. Titoloni sul “virus che si diffonde nell’aria”. Ancora non è dimostrato, ma quale sarebbe l’aria? Quella che si respira in strada? No, gli stessi studi scientifici lo escludono. L’aria infettante è quella che si respira al chiuso in ospedale (o in casa), dove ci si può contagiare a distanza di due metri da un paziente col coronavirus. Anche grazie ai condizionatori. A questo punto immagini che sia tutta una corsa a mettere in sicurezza gli ospedali (e i supermercati), a cambiare filtri dell’aria condizionata, a distanziare gli ammalati, a proteggere gli anziani. E chi lo dovrebbe fare, se invitare a non smettere di produrre equivale a un’esortazione al suicidio collettivo? Nessuno, dico nessuno, sta seguendo il nostro esempio nel mondo. Non la Germania, non la Francia, non gli Stati Uniti e nemmeno la Cina. “Tu metti i soldi al primo posto non la salute” mi dicono. I soldi sono importanti, ma mi preoccupa di più questo rendere passiva e inerte per tanto tempo gran parte della popolazione. I malati di cancro sanno che devono reagire per battere la malattia. Bar, ristoranti, strade, non sono economia, sono il corpo sociale che torna a muoversi. Invece  ci obbligano a stare fermi a tempo indeterminato, immobili, inerti. “Lasciateci lavorare che vi tireremo fuori”. Vi ricorda qualcosa? Questa promessa non ha mai funzionato. Hanno chiesto a Renzo Piano se da casa non si può lavorare lo stesso. Ha risposto: “Col piffero!”. Quello che suonano benissimo da casa cantanti, attori e calciatori. Instagram gode. Le sardine non sanno che pesci (sic!) pigliare. E attori, tecnici, musicisti, calciatori delle serie minori vedono le star dimenarsi con le lacrime agli occhi. La Fiat ha fatto uno spot con le città italiane vuote per ricordarci che siamo quelli de “La grande Bellezza”. “Siamo italiani e ne verremo fuori”. Loro fuori ci sono già andati; e le tasse le pagano in Olanda. Giulio Carlo Argan, il più grande storico dell’arte che l’Italia abbia avuto, diceva: “Si lamentano delle bancarelle a piazza Navona, dei turisti seduti sulle scale di Trinità dei Monti, delle puttane al Colosseo. Ma se i monumenti non li usi, perdono ogni significato”. Il governo promette di aiutare tutti; l’opposizione l’incalza per promettere di aiutare di più. Speriamo che, come è successo in Africa , “gli aiuti” non ci mettano in ginocchio definitivamente. In Cina gli allarmi risuonano di nuovo nella Zona Rossa. La chiusura con fucilazione dei trasgressori non ha ancora raggiunto il suo scopo. Eppure i cinesi, quando salgono su un aereo, sentono la voce dello speaker: “Allacciate le cinture di sicurezza, voglio sentire un solo clic!”. Noi siamo più liberi. Almeno lo eravamo prima del Coronavirus. Dopo “lo saremo di più” o ci stiamo abituando a obbedir tacendo? In attesa di una risposta, lasciatemi mandare un saluto alla Svezia: “Simme ’e Napule, paisà!”.

Michele Santoro, 4 aprile 2020