CORONADELIRIUS “Rischio Zero?”



Adesso che il governo ha detto che si può cominciare a pensare alla fase 2, i giornali scoprono che “Dire state a casa non basta”. Ci voleva, però, l’ex Cancelliere tedesco Schröeder per affermare “dobbiamo tornare rapidamente a una normalizzazione della vita. Le frontiere non possono restare chiuse a lungo. Le persone devono tornare a incontrarsi”. Così ragiona chi ha il sale in zucca. Ma siccome queste cose io ho cominciato a dirle due settimane fa, se mi permettono certi critici, prima che parlasse Renzi e non proprio alla stessa maniera, adesso provo a spingermi più avanti. Parliamo di calcio. Anche Vauro se ne frega, e a buon diritto, del pallone. Però deve considerare che non si tratta solo di un affare di miliardi di euro, società quotate in borsa e un’industria per la quale lavorano migliaia di addetti; ma di uno sport che coinvolge le passioni di un’infinità di praticanti e tifosi. Qual è lo slogan che sentiamo ripeterci continuamente? “Torneremo a giocare quando saremo a Rischio Zero. Dopo “Io sto a casa” è il nuovo tormentone. Ma, scusate, cosa è che si può fare a rischio zero? Fare il bagno in una tinozza? Salire e scendere le scale di un condominio? Passare l’aspirapolvere? Fare sesso con il partner? Consumare “il nostro cibo quotidiano”? Qualcuno provi a annuire  e gli mando con raccomandata tutte le cifre degli incidenti connessi. Se, in vista di una possibile ripresa, avessimo i dati ragionati di chi si ammala e le diagnosi corrette dei perché, potrei non essere costretto a parlare all’ingrosso. Dunque concedetemi il beneficio dell’inventario. I calciatori. Sono atleti giovani e in buona salute. Monitorarli con i test e i tamponi per avere la quasi certezza che non abbiano contratto il virus dovrebbe essere alquanto possibile. Anche le loro famiglie sono giovani e poco numerose. Non si farebbe fatica a intervenire al primo sintomo di raffreddore. Le squadre, parliamo di quelle di serie A e serie B, sono decisamente attrezzate sotto il profilo sanitario e potrebbero provvedere senza farne carico alla sanità pubblica. Si obietta che nell’ambiente non ci siano soltanto i calciatori ma centinaia di persone che ruotano intorno a loro. Bene, per prudenza, i sessantenni, in un primo tempo, teniamoli a casa. E proviamo a giocare. Fa un po’ impressione sentire campioni che guadagnano decine di milioni dire che non possono correre rischi per loro e per le loro famiglie. “In fondo si tratta di un gioco”. Per noi forse è un gioco; per loro è una professione. Allo stipendio non rinunciano, anche se, a pagarli a vuoto, il castello rischia di crollare. Se, invece, il meccanismo riprende a funzionare, potranno farsi carico loro di quelli più poveri. Quelli che prendono meno di duemila euro nei campionati minori e sono con l’acqua alla gola. Non basta. Riprendendo l’attività, potrebbero rappresentare uno straordinario campione per testare nuove misure di sicurezza, svolgendo una funzione doppiamente utile: divertire, alleggerendo la tensione del momento, e sperimentare “la convivenza col virus” che rischia di diventare il terzo tormentone. Altrimenti annulliamo tutto e aspettiamo il “Rischio Zero”. Proteggere i più deboli, assicurarsi che gli anziani non siano esposti al contagio, non mandare allo sbaraglio medici e infermieri sarà sempre necessario. Ma la vita a Rischio Zero è noia e angoscia. Il rischio trasforma la paura in adrenalina e rende  la vita più degna di essere vissuta. Lo dimostrano medici e infermieri. E i giornalisti che continuano a fare il loro lavoro. LeBron James ha detto che “lui non avrebbe giocato in uno stadio vuoto”. Forse adesso non la pensa così. Non moriremo tutti. Come un malato di tumore dopo la chemio, come una persona che ha subito un doloroso intervento chirurgico, dobbiamo riprendere a camminare. Il prima possibile. Un passo alla volta . Respirare a pieni polmoni. Prima con la mascherina. Poi anche senza.

Michele Santoro, 8 aprile 2020